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22 ottobre 2017

Cultura

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07.10.2017

LA TERRA
CHE NUTRE

Sarà presentato oggi «Monno. Dove anche le patate si sentono a casa» La copertina del libro di Luciano Costa edito da grafiche Artigianelli
Sarà presentato oggi «Monno. Dove anche le patate si sentono a casa» La copertina del libro di Luciano Costa edito da grafiche Artigianelli

Una diatriba sottile, alla pari della frieten regolamentare. L’estate brussellese addosso alla bintje – per assicurarle il doppio bagno in olio bollente, con buona pace dell’acrilammide sotto il mirino dell’Ue – si è conclusa col motto «Les frites c’est chic!». Respiro di sollievo per il tubero belga. Mentre ai nostri, chi pensa?

«Monno. Dove anche le patate si sentono a casa» (grafiche Artigianelli), presentato oggi alle 14 nel Teatro Parrocchiale nell’ambito della rassegna «Del bene e del bello», dissotterra e difende il povero alimento che povero davvero non è.

Per l’autore, Luciano Costa (Bresciaoggi), si tratta di un ritorno («C’è del buono a Vione» la precedente pubblicazione tematica) nei luoghi della memoria palatale, saporito pretesto per continuare il racconto sull’importanza delle piccole cose, quelle da «c’era una volta». Nel caso della patata, una risalita che sa di moda eppure, potendo scegliere, si fa accompagnare più dal cuoco che dallo chef.

Un libretto di «storie d’altri tempi, ma storie vere». Corroborate dallo sbuffo di «pignatte stracolme dell’unico frutto della terra che poco costava e tanto riempiva la pancia», dal paesello della Bassa dove, in contrasto con la città, la terra si poteva toccare e si doveva lavorare.

AMORE e noia, odio mai, per quel companatico che era tutto, davanti al quale «taci e mangia» diventava liturgico. Detto da chi venerava il proprio orto, molte volte una «riva di nessuno, a margine della strada o tra la strada e il fosso, o tra l’argine e il bosco o anche tra il sentiero di basso e quello di sopra». Ravanelli, radicchio, insalata, verza, pomodori, fagioli e patate. Come a dire: la salvezza.

«Dopo quegli anni di collegio e di paese – dettaglia Costa –, quando le cose sembravano prendere una piega migliore, fuggire dal consumo di patate sembrò a me e alla cerchia di amici che come me erano stati allevati con il loro consenso una liberazione». E allora via. Lontano da radici che hanno radici lunghe. Fino a Milano. Agli stuzzichini all’aperitivo tra «cittadini scafati» nelle pause dalle laboriose redazioni. Per scovare nient’altro che «le sorelle giovani delle patate, le patatine fritte». Stupore sobrio.

Alla conversione totale pensò un prete montanaro, don Giovanni di Monno, in alta Valcamonica, che fece scoprire all’autore un luogo «silenzioso, cortese, disposto a far posto a chiunque si trovasse a passargli accanto, baciato dal sole». Santelle, chiesette e coltivazioni di patate a perdere, santificate in apposite feste: più che sagre, solennità. Idilliaci scorci descrive Costa (e mostra in foto), un sabato del villaggio con triplice donzelletta a dissodare il suolo per quella pietanza che «non ammette distrazioni».

Cos’ha di speciale la patata di Monno, tuttavia, oltre a una grana più soda e appetitosa rispetto ad altre compari erbacee? L’autore ne riporta l’eziologia fin dall’esemplare primo, ricama lodi e odi, traccia percorsi tendenze usi rimedi, persino ricette, impanate e senza pena ingoiate. La risposta resta sottotraccia ma si capisce chiara. L’umore dei monnesi, gente, arriva al piatto con tutta l’umiltà di una polpa lessata.

Alessandra Tonizzo
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