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13 novembre 2018

Cultura

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04.01.2018

Alberti Pasina, anima in versi Tensioni tra essere e non essere

La copertina del libro
La copertina del libro

Alessandra Tonizzo Il contenitore del giorno è un nido vuoto in cui infilare sequenze. Una dietro l’altra, una dentro l’altra. Si arriva a sera con vertigine: «Non si capisce se le stelle sono ancor presenti o se sono nascoste dal candore di una luce estesa sopra a un’altra notte fuori». Inestensibile e deformabile, «Sparire ora qui non si può» (Giuliano Ladolfi editore). L’ultima raccolta poetica di Alberti Pasina - bresciano, classe ’75, la musica nel dna - va (anche) vista come monologo prima della battaglia terminale. QUALCOSA che viene consumato davanti allo specchio per tutto il tempo che serve a farsi roca la voce. Eppure l’autore - insieme al lessico cui ha abituato (tra liriche, raccolte anche nel testo intitolato «Nessuna stagione», varie altre «sessioni» di racconti e un romanzo, «Dove sono»), qui più estinto, nella precisione di un testamento - non ha bisogno di prepararsi. Il nemico, dentro. Basta uno sputo: eccolo. La metrica discorde, personale, sfila per mostrare ossa senza carne o troppa carne senz’ossa. Il fantoccio di ciò che si è, nella deturpante tensione al desiderio (sparire, ossia raggiungere casa, là «dove mi aspettano»). Animale dal manto spesso, bianco assoluto, uomo in apnea: tutti vettori, mutazioni sul «tempo iniziale» che spinge a «ripetere» il «trattenere», l’«allontanarsi», il «tornare». Non importa chi non importa cosa. Importa come – muoversi assecondando «il volere del vecchio futuro». È l’incubo di ognuno quest’incubo lungo, anche se pare impossibile partorire la stessa visione. Eppure si legge mormorando «sì, sì», riconosciute le parti di un intero ridotto in pezzi. Esisteva prima, era già. «Non è necessario conoscere le vite degli altri./ Sono facili e non vogliono sapere altro per rimanere tali». Alberti Pasina sgozza questa semplicità, la pugnala «alla base del collo». Rabbia tinta. «Blu cobalto per i pochi./ Color seppia simile a una serigrafia impolverata/ dalla dimenticanza per tutti gli altri». La verità inquinata entro l’urbe spoglia. LE PAROLE mancano e i visi si fanno quasi grotteschi («Movimenti facciali./ Espressione di pensieri./ Aggrovigliati, circolari, inaspettati») nella pantomima dell’insincerità. Senza senso di tragico, senza denunce. O soluzioni, o patimenti. C’è la scomodità rassegnata dell’essere «ridotti a patologiche metrature», asserragliati da «macerie» sotto istinti omicidi («Uccidili./ Uccidili./ Uccidili»). Disperazione contenuta, «silenziosa». Perché non esiste altro posto dove andare, dunque che serve. «TUTTI abbandonano tutti», ma «le cellule ammiccano piene di vita», ed è spiacevole percepire la tensione all’autoconservazione. Non se ne va, al pari del «piccolo sole nero» impresso sulla retina dopo troppa luce. La pace dell’ignoranza è mal concessa. Allora si evitano «i riflessi nella serie di vetrine illuminate da neon sintetici» per staccare la propria ombra dalle «migliaia di anime». Se le preghiere risolvono in auguri ora che «Dio è in America», solo nella vacanza di solitudine emerge il canto – «Mio piccolo sogno,/ ti ho pensato quasi ogni giorno,/ anche senza volerlo» –, l’amen. •

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