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14 dicembre 2017

Cultura

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20.09.2017

Alberti Pasina, il ritorno di una percezione

La persistenza di una percezione nella mente, incisiva quanto basta a orientare una giornata, diluirla in un mese forse un anno.

C’è chi si chiede «Dove sono» (Giuliano Ladolfi Editore) senza il peso dell’interrogativo. Alberti Pasina nel suo primo romanzo torna ai vent’anni, alla giostra di impieghi fatui che gli permisero di affacciarsi al mondo, sbirciarlo, giocarci, sporcarsi. Lui, che a questa boa festeggia i 42 e riconosce Brescia dal taglio della luce sulla periferia porosa mentre scrive poesie senza rinascita («Nessuna stagione», 2015), storie tangenziali («Racconti. prima sessione» 2014, «Racconti. Seconda sessione» 2015). Lui ha occhi chiari capelli ingrigiti voce profonda e buon orecchio. Musica, a tutte le ore perché Prince sta bene con tutto come il bianco secco. Rumori, da interpretare fuori e dentro perché il particolare è più intrigante dell’universale. Parole, perforanti a mitragliata nella semplicità delle cose dette per distrazione, per rimanere, non richieste, fino alla fine. Silenzi, ossessivi ritmicamente folli, riempiti da monologhi sussurrati alla finestra, baciando il vetro col fiato corto.

«DOVE SONO» non insegna a respirare di pancia. Anche se l’autore l’ha imparato lì dov’era, sezionando la pausa tra un turno e l’altro fino a ottenere il filo di un tempo sospeso su cui appendere ogni cosa. Verità, bruttezza. Malessere ricercato e poi stroncato con un amaro alle erbe. Nasce prima l’alcool o lo sgomento? Partendo da mansioni provvisorie, utili alle lire digerite in fretta, all’osservazione della gente – «chi lo sa» è la risposta, quando «cosa vuol dire stare bene?» è la domanda ufficiosa. I gesti diventano precisi, le persone diventano attori, l’importanza diventa precaria. Tra queste pagine come tra le corsie di un supermercato tutto si livella. Amarsi in un bagno, le ombre oppiacee dei parchi, la tivù accesa senza volume, isole di aspettativa, piani d’evasione, panico e inerzia. Fondamentale è trovare un accendino arancione con cui fumare l’ansia, guidare «piano e poi forte, senza paura, e di nuovo piano» sulla via di casa col suono dei motori dritto nello stomaco: «bombardamento di lavoratori in movimento».

«Nessuno e nessuna luce accesa dietro le finestre», e non sentirsi solo. Non c’entra il coraggio ma l’onestà autoprodotta con le endorfine. Per tutti gli attimi utili a ripetere che potrebbe andare meglio, ma va bene anche così.

Alessandra Tonizzo
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