18 febbraio 2019

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08.01.2019

«Animali nel buio» il noir di Camilla Grebe nella nevosa Svezia

La copertina del libro
La copertina del libro

La violenza di un passato lontano che torna per diventare presente. La memoria che si scontra con l’oblio. La paura del diverso di una piccola comunità ciecamente chiusa nel suo mondo e incapace di vedere l’orrore in casa propria. Camilla Grebe tiene legato il lettore fino all’ultima pagina con il suo «Animali nel buio» (Einaudi, pp. 440, 19,50 euro, traduzione di Sara Culeddu), thriller ambientato nei paesaggi innevati della Svezia che arriva in Italia dopo il successo de «La sconosciuta». Siamo a Ormberg, paesino sperduto che fatica a stare al passo con i tempi. Qui, dove la globalizzazione ha portato la chiusura di fabbriche e la perdita di posti di lavoro lasciando la popolazione in preda a solitudine, diffidenza e frustrazione, i detective Peter e Hanna indagano su un «cold casE» vecchio di 8 anni, relativo al ritrovamento nel bosco del cadavere di una bambina mai identificata. I due investigatori, che fanno coppia anche nella vita e insieme affrontano la malattia di Hanne che compromette la sua memoria, possono contare sulla collaborazione di Malin, poliziotta nata e cresciuta a Ormberg, e dei suoi colleghi. Ben presto un nuovo delitto dai risvolti inaspettati, che vede implicato suo malgrado anche Jake, un giovane del paese in crisi adolescenziale, sensibile e vittima di bullismo, porta a galla un passato tragico: tutti coloro che in un modo o nell’altro si trovano coinvolti nel caso saranno messi di fronte alle proprie convinzioni e vedranno vacillare non poche certezze. In pagine avvincenti piene di descrizioni accurate, è interessante la scelta di restituire al lettore una trama efficace attraverso tre differenti punti di vista: quello della giovane poliziotta Malin, che scappa dalle sue radici e rifiuta di aprirsi all’altro, quello di Jake, delicato adolescente in cerca della propria identità che scopre di avere un inaspettato coraggio, e infine quello dell’investigatrice Hanne, disperatamente in lotta per trattenere la sua memoria ormai annebbiata dalla malattia inesorabile. Di quest’ultimo personaggio l’autrice fa sentire anche la voce più intima, con i brani di un diario che la detective malata decide di scrivere proprio per cercare di mantenere il più possibile intatti i ricordi, sia quelli personali che quelli legati all’indagine. Proprio queste scelte stilistiche lasciano emergere la bravura della Grebe di indagare nell’animo dei suoi personaggi, di mostrarne le relazioni affettive, le ferite e le fragilità, le ambizioni e i desideri, pur senza mai far scemare la suspense del racconto. Ma ciò che arricchisce davvero questo noir è la riflessione attualissima sul tema dell’immigrazione e sui conflitti che essa porta con sè: pensieri e considerazioni che la Grebe lascia trapelare tra le pagine integrandoli nella trama. Qui risiede il punto di forza del romanzo, nonchè il messaggio dell’autrice: con questa sua immaginaria eppure credibilissima Ormberg - che «è più una condizione mentale che un luogo geografico, una condizione che si verifica dopo un grande cambiamento», scrive nella nota alla fine del libro - Camilla Grebe descrive i tempi bui, di diffidenza e ostilità, che stiamo vivendo, e la nostra incapacità di metterci nei panni di fugge da guerra e fame.

Marzia Apice
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