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24 maggio 2018

Cultura

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03.02.2018

COSÌ BRUNO BONI FECE NASCERE BRESCIAOGGI

Bruno Boni ritratto nel suo studio davanti a un libro: leggere e studiare erano suoi impegni quotidianiBruno Boni con Aldo Moro. A sinistra il messaggio trascinato da un aereo che pubblicizza «Bresciaoggi»
Bruno Boni ritratto nel suo studio davanti a un libro: leggere e studiare erano suoi impegni quotidianiBruno Boni con Aldo Moro. A sinistra il messaggio trascinato da un aereo che pubblicizza «Bresciaoggi»

di PAOLO CORSINI e MARCELLO ZANE (...) Con il trascorrere degli anni Bruno Boni giudica che sia ormai matura e rispondente alla comune volontà di ambienti diversi – da quelli cattolici che guardano con simpatia ad un processo di progressiva laicizzazione degli organi di informazione, a quelli della politica di ispirazione laico-democratico-repubblicana, a settori del mondo industriale e finanziario – la nascita di un secondo quotidiano per Brescia. Come ha avuto modo di ricordare evocando «lo spirito col quale è nato il giornale Bresciaoggi», inizialmente Boni si muove in modo assai guardingo. Di certo la prospettiva di sostenere l’approdo ad un pluralismo dell’in- formazione locale risponde alla «semplice regola dell’e- sercizio democratico, in ossequio alle tradizioni di una città onorata dal giornalismo», regola che merita di essere assecondata «nella misura in cui si ripristina un dialogo fecondamente vivo per la crescita civile e industriale della nostra Brescia». Ebbene, il 25 settembre 1972 sul tavolo del sindaco giunge un’articolata relazione circa la possibilità di dare vita ad un quotidiano «gemellato» con «un altro già affermato da decenni». Si tratta del primo risultato di un’iniziativa promossa da Aventino Frau nella prospettiva di una collaborazione con «L’Eco di Bergamo», e da Giuseppe Inselvini, piccolo imprenditore e proprietario di una radio libera di orientamento cattolico. Frau da qualche tempo sta, infatti, lavorando per raggiungere l’obiettivo di un secondo quotidiano bresciano. La proposta, densa di cifre e minuziosamente descrittiva, prevede inizialmente due distinte società editrici che, però, possono «concentrare le strutture amministrative, utilizzando servizi in comune operando congiuntamente per il reperimento della pubblicità». Si garantisce altresì «un largo appoggio per l’impianto delle strutture redazionali», con l’utilizzo di «ampio materiale redazionale già pronto, in colonna composta per le fotografie relative, per pagine speciali, per l’eventuale terza pagina», e si propone «una politica comune sia sul piano editoriale che su quello pubblicitario» in cui i frutti «non potranno che essere brillanti». CON UN IPOTIZZATO costo di gestione annuo pari a 400 milioni di lire – 163 i milioni previsti in deficit il primo anno, 80 il secondo –, si prevede una tiratura di 10.000 copie, una redazione composta dal direttore e da altri sette giornalisti - cinque provenienti da «Il Giornale di Brescia» -, un’edizione base di 10 pagine per sette uscite settimanali. Boni segue con interesse prospettive che fanno riferimento all’esperienza del quotidiano bergamasco. Fungono da collegamento, oltre ad Aventino Frau, Giuseppe Inselvini, Bruno Marini e Giannetto Valzelli, giornalisti in rotta con «Il Giornale di Brescia», nei cui confronti da anni Boni nutre indubbie attenzioni. Marini – così nel ricordo post mortem - è per lui «amico verso il quale è sempre viva l’ammirazione e la riconoscenza. Uomo di grande sensibilità sociale e democratica, giornalista nato. Da pochi appunti sapeva trarre articoli interessantissimi ma, soprattutto, piace sottolineare la grande onestà». Quanto a Valzelli, egli è per Boni «una delle espressioni più vere e genuine di quell’ambiente culturale bresciano che gli “inviati” si ostinano a non vedere», giornalista che ambisce ad una informazione aperta ad un più ampio arco di presenze e di voci. Un rapporto e una frequentazione di lunga data, intrisa di reciproca stima e fiducia, se il sindaco da tempo confessa all’amico, chiamato familiarmente Giannetto, di considerarlo «tra i miei figlioli spirituali – così nell’aprile del 1968 – in modo che abbia occasione di acquistare ardore nella protesta, quell’ardore di cui mi sembra abbia bisogno in quanto da un po’ di tempo temo che il suo spirito ribelle si sia quietato: mi auguro che non stia invecchiando, che non stia perdendo il contatto con la nuova realtà che fa da lievito al mondo. Le raccomando che ciò non accada perché altrimenti lo riterremmo tutti un mezzo nostro disastro». AVENTINO FRAU, che è magna pars del progetto, incontra alcuni giornalisti della redazione de «Il Giornale di Brescia»: «L’incontro si tenne durante un pranzo organizzato presso la mia abitazione di Barbarano – così ricorda – e il nome di Bruno Marini quale direttore viene accettato da tutti i presenti, nonostante inizialmente avessi proposto un direttore non locale, per offrire maggiore respiro all’iniziativa». Il progetto iniziale prevede quindi che la direzione del nuovo giornale sia affidata a Bruno Marini, assunto da «Il Giornale di Brescia» nel 1945 come rappresentante comunista designato dal Cln, poi progressivamente emarginato a motivo del suo orientamento politico. Un professionista verso il quale Boni nutre particolare stima, «per la capacità – così il sindaco nell’occasione di vicende legate ai primi scioperi operai nell’estate del 1966 – la serietà, la lealtà dimostrate in ogni circostanza nell’esercizio della non facile professione». Il 27 gennaio 1973 nuove «Indicazioni per la realizzazione di un quotidiano» alimentano in lui rinnovato interesse. «Per Brescia e provincia c’è spazio per una tiratura di 20.000 copie», si legge nel documento che gli è sottoposto. La sostenibilità economica - costi di oltre 770 milioni di lire, ricavi per 486 milioni - è giudicata possibile grazie ad un «contratto di pubblicità che in rapporto a quella concessa ad un altro quotidiano (820 milioni annui) dovrebbe essere possibile». Riferimento dell’operazione resta Aventino Frau, cui Inselvini si rivolge il 29 gennaio, non senza aver prima incontrato più volte Boni – «dall’ultimo incontro con il professor ‘Capo’ ho avuto modo di chiarire molte cose sul piano umano, tecnico e amministrativo» -, in vista del necessario reperimento di «qualche milioncino» e, soprattutto, nella prospettiva di abbandonare l’alleanza con Bergamo per «studiare ben altri apporti bresciani». Il progetto avanza spedito. Il 6 marzo circolano nuove «Indicazioni» per la costituzione della società editoriale: 15.000 le copie previste, costi a sfiorare il miliardo di lire, deficit del primo anno oltre i 430 milioni. Il percorso, accompagnato passo passo da un Boni che resta comunque defilato, ma in coerenza con un orientamento da sempre coltivato, favorevole alla promozione del confronto come condizione della dialettica democratica, soprattutto animato dall’intendimento di rilanciare il proprio ruolo in un tempo che vede appannarsi la sua leadership. Non aggirabile resta comunque la questione dell’allargamento della platea dei finanziatori. Boni procede con il coinvolgimento di alcuni industriali lumezzanesi che fanno diretto riferimento a Luigi Lucchini, personalmente interpellati. «ALTRI INCONTRI si tengono con Luigi Lucchini ed alcuni industriali lumezzanesi - ricorda Frau - e Lucchini esprime il proprio assenso ad approfondire prima la partnership con il quotidiano bergamasco e, successivamente, pare più tiepido nella scelta di operare autonomamente. Il mio compito, viceversa, è quello di operare per appianare pure le difficoltà di carattere logistico: seguo personalmente con consulenze tecniche la ricerca dei macchinari e sono a Roma ad avviare le pratiche per i previsti finanziamenti riservati ai quotidiani e relativi agli acquisti della carta. Ricordo che Boni fu particolarmente deciso nella scelta: “Ma no! Ma no! Non avremo bisogno dei bergamaschi per fare un giornale” fu la sua fulminante battuta in perfetto dialetto». Lo stesso sindaco stende di suo pugno una sorta di «pro memoria» che, utilizzando i documenti preparatori di Aventino Frau, riepiloga motivazioni e obiettivi del nuovo quotidiano, disegnando nel contempo una propria, personale visione di una comunità bresciana più al passo coi tempi. «IL GIORNALE è indipendente: non legato a visione di parte e quindi neanche di partito. I presupposti: 1) intransigente difesa della libertà e della democrazia. Partecipazione di una comunità ai problemi che si pongono a chi sente lo spirito dell’evoluzione dei tempi moderni. Tutto ciò nell’arco della Costituzione e della sua difesa. 2) un giornale per la difesa della libertà considerata nel suo aspetto pluralistico e non divisa in contrapposizioni astratte: le forze più evolute e preparate devono collaborare per un concreto e fecondo sviluppo comune; 3) una linea di progresso e sviluppo civili: il rispetto assoluto dei valori religiosi così come è richiesto dalla maggioranza dei lettori bresciani: 4) da ciò deriva rispetto di tutti gli organismi finalizzati alla crescita della nostra società; rispetto del mondo della produzione, delle sue articolazioni fondamentali, e del mondo del lavoro: un equilibrio che rappresenti la sintesi dello sviluppo economico e sociale, secondo valori di giustizia che abbiano un contenuto di progresso; 5) la libertà è proiezione nel futuro, in quanto assicura la tutela non solo dei valori tradizionali, ma anche dei nuovi valori delle capacità produttive, delle nuove sensibilità sindacali del mondo del lavoro e di quello culturale. Una battaglia per una società più moderna: rispetto dei diritti ma anche stimolo di una coscienza dei doveri; 6) l’obiettività del giornale: è fondata sulla distinzione fra notizia (cioè verità del giorno) e commento, secondo uno schema di tradizione anglosassone; 7) in politica non ci sarà pregiudiziale scelta, in ordine a soluzioni politiche o governative. Si sosterranno le soluzioni idonee ai principi informativi del giornale. Soprattutto pacificazione all’interno nel rispetto dei valori che sono la barriera contro ogni tentativo eversivo di esperienze in contrasto con la difesa dell’uomo e delle sue libere manifestazioni; 8) il giornale, pur seguendo i problemi più vasti anche di carattere internazionale, appoggiando la tendenza ormai universale alla pacificazione dell’umanità, si batterà soprattutto per una realtà locale con i suoi problemi e le sue aspettative. Dovrà, fra l’altro, dimostrare sensibilità nei confronti della cultura nelle sue espressioni più vive ed interessanti: sotto il profilo umanistico, scientifico e tecnico. Si dovrà cioè dare ospitalità a tutte quelle voci che possono concorrere ad una formazioni più approfondita della nostra società; 9) un’attenzione particolare verrà data ai problemi dei giovani, a quelli produttivi, a quelli sindacali, e a tutto quanto possa concorrere ad una sempre più vasta maturazione della coscienza dei cittadini, nella più feconda collaborazione fra tutti i ceti della nostra società». Il quadro che si va definendo non è però scevro da ostacoli e le interlocuzioni si protraggono per lunghi mesi. Il 20 giugno ’1973 il direttore designato, Bruno Marini muore improvvisamente. «Il progetto rischia di essere accantonato»: Boni, Lucchini e Frau indicano per la direzione del nuovo quotidiano Giannetto Valzelli, il giornalista che è stato licenziato da «Il Giornale di Brescia» per i duri attacchi portati dalle colonne de «Il Bruttanome». Nell’autunno del 1973 all’interno della Dc bresciana crescono le obiezioni – «mi ha telefonato da Roma l’onorevole Frau chiedendo cosa stia succedendo», così un allarmato Inselvini a Boni -, mentre alcuni industriali pretendono maggiori chiarimenti e rassicurazioni per «una società editrice che ancora vaga nell’impersonalità e nell’ incertezza dei programmi», come lamenta il lumezzanese Armanno Becchetti, che si è impegnato a garantire la lavorazione tipografica per i primi tre anni e a sottoscrivere una quota di 25 milioni di lire. Le lungaggini entro cui si dipana il progetto del quotidiano –«è trascorso circa un anno dall’avvio delle trattative con generale scadimento dell’entusiasmo iniziale e soprattutto della mancata sorpresa», così Becchetti, e il travaglio che anche Brescia sta vivendo nell’intreccio fra i fattori politici, crescita dell’inflazione e crisi petrolifera rischiano di far arenare l’iniziativa. IL CAPITALE della società editoriale, costituita solamente il 10 gennaio 1974, è fornito in buona parte da tre industriali, Luigi Lucchini, Evaristo Gnutti e Adamo Pasotti; titolare dell'agenzia di distribuzione è lo stesso Giuseppe Inselvini, mentre Pier Giuseppe Beretta, pur giudicando «interessante» l’idea di un nuovo quotidiano e invitando Aventino Frau presso la propria abitazione cittadina per «sapere cosa sta succedendo circa il nuovo quotidiano», non partecipa all'iniziativa. Fra mille difficoltà e con molte attese «Bresciaoggi» esce in edicola l’11 aprile 1974 con il numero zero. Il nuovo quotidiano inizia regolarmente le pubblicazioni il 27 aprile successivo: 12 le pagine, stampate con la tecnica innovativa offset, 15.000 le copie. Ugo Calzoni, stretto collaboratore di Luigi Lucchini, testimonierà ad anni di distanza: «Aventino Frau ha cercato subito di mettere le mani sul timone della barca; dapprima consigliando agli azionisti di stare alla larga dal giornale e di rimanere fuori dalla vita dell’azienda; in seguito sollecitando, come nel caso delle azioni di Lucchini, un ruolo fiduciario e non solo redazionale per Veniero Porretti e Luciano Mondini. Per il resto a tenere in piedi i conti, gli investimenti e i contratti, bastava il geometra Elio (Arturo, detto Giancarlo) Marpicati. Più che un’azienda poteva sembrare una bottega, una avventura, un giornale studentesco, una goliardata. La novità della tecnologia della stampa a freddo che aveva affascinato Bruno Marini e rassicurato gli azionisti sui costi tipografici relativamente bassi, non escludeva la necessità di investire in redazione, in risorse umane, in corrispondenti affidabili, in una distribuzione decente con una raccolta pubblicitaria adeguata». Di tutt’altro tenore la valutazione di Giannetto Valzelli: «Boni volle un secondo giornale; aveva scelto come direttore Bruno Marini, che, purtroppo, venne a mancare improvvisamente. Allora Boni scelse me e facemmo Bresciaoggi. Avevamo dei bravi giornalisti, giovani. Il Giornale di Brescia, alla nascita di Bresciaoggi, fece di tutto per impedirne la diffusione. Ma Boni si era cautelato e aveva una lettera dello stesso Papa Montini che sosteneva l'iniziativa. La nostra linea editoriale era più liberal, come liberale era Boni. Il ruolo del sindaco è discreto, giocato dietro le quinte, ma fondamentale e decisivo. Sulla scrivania dello studio di casa, a significare la natura del suo impegno, si accumulano costantemente le pressanti sollecitazioni che, a turno, Giuseppe Inselvini, Giannetto Valzelli, Giancarlo Marpicati sottopongono alla sua attenzione, affinché convinca soprattutto l’industriale di turno a non recedere. Le voci che corrono in città attribuiscono a lui la nascita del nuovo quotidiano in contrapposizione a «Il Giornale di Brescia»: l’intento sarebbe di garantirsi maggiore visibilità mediatica ora che sta vivendo crescenti difficoltà all’in- terno del proprio partito. Una morsa che, sulla destra, lo vede incalzato dall’alleanza Pedini-Prandini - al congresso di Sirmione ha sfiorato la maggioranza nel Comitato provinciale – e, sulla sinistra, dalle aspre critiche espresse da coloro che auspicano l’elezione di un nuovo sindaco per le prossime elezioni del 1975». SIN DA SUBITO il quotidiano si caratterizza, prima grazie all’ispirazione di Bruno Marini e poi alla direzione di Giannetto Valzelli, per articolazione dei linguaggi, pluralità delle opinioni e delle firme, grafica innovativa, manifestandosi particolarmente attento agli accadimenti locali nella preponderanza di servizi di scavo e di approfondimento mediante circostanziati reportages. Si distingue altresì per un’attenzione mirata al territorio, nel segno di uno stile spumeggiante ed arioso, spesso garibaldino, di una laicità assunta a metodo di lettura e bussola d’orientamento. «Bresciaoggi» riesce ad affermare una propria identità per l’ampia visibilità offerta ai nuovi volti della vita pubblica, agli esponenti delle forze economiche e sociali, per il largo spazio destinato ai temi della produzione, del lavoro, della finanza locale, per un’ attenzione mirata al variegato mondo dell’associazionismo e del volontariato, alla dialettica interna ai partiti politici e ai palazzi del governo e del potere, alle dinamiche sindacali, sino alle dense, stimolanti pagine culturali volte a promuovere e valorizzare, accanto a presenze consolidate, giovani emergenti, studiosi già affermati in sede accademica – fra questi Emanuele Severino o agli inizi di significative carriere – come Pietro Gibellini -, voci diversamente pensanti e controcorrente. Il quotidiano registra però dopo un solo anno di vita una difficile situazione. La crisi che lo investe è riconducibile sia a una critica situazione finanziaria sia al travaglio dovuto a dissidi interni. Le perdite ammontano a oltre un miliardo di lire, molto più di quanto inizialmente preventivato. Il numero di copie vendute scende dalle iniziali 8.000 a meno di 4.000. Già il 28 luglio 1975 si chiude infatti l’esperienza da poco avviata e si inaugura «Bresciaoggi nuovo», gestito in forma cooperativa da giornalisti e poligrafici. Una sfida impervia che Gianni Faliva, Giorgio Piglia e Odoardo Rizzotti affrontano con determinazione e coraggio, riuscendo a garantire prima la sopravvivenza della testata, poi il suo progressivo radicamento nel panorama locale. A DEFILARSI è la compagine degli industriali capeggiati da Luigi Lucchini che decide di non intervenire dopo la richiesta di fallimento, fallimento che il tribunale civile di Brescia decreta l’1 ottobre 1975 per la «Società Brescia edizioni». Come ricorda Aventino Frau, l’incontro decisivo si svolge presso gli uffici del gruppo Lucchini di via Oberdan, in città, presenti buona parte dei soci lumezzanesi: «Molti dei presenti non utilizzano mezzi termini per giudicare la situazione venutasi a creare e mi considerano come l’imputato principale della crisi. La direzione di Valzelli viene giudicata disastrosa. Nelle pagine dell’economia non sono infatti mancati alcuni attacchi all’im- prenditoria lumezzanese, mentre nel periodo successivo alla strage di piazza della Loggia alcuni riferimenti ad industriali valligiani hanno irritato quanti hanno sostenuto l’avvio del quotidiano. Lucchini ascolta, sfumato nei giudizi, ma categorico nelle conclusioni: ‘il giornale sta perdendo somme sempre più significative, e se non lo controlliamo cosa ne facciamo? Proprio perché c’è Lucchini, il giornale può fallire’ questa la conclusione di quella agitata riunione». BONI NON PUÒ che registrare le perentorie valutazioni es- presse dall’imprenditore valsabbino e prendere atto della sua indisponibilità a continuare. Indisponibilità che il futuro presidente di Confindustria così rammenterà a molti anni di distanza: «Giannetto Valzelli, una bella firma, ma un direttore scadente. Non aveva carisma. Inoltre, in tempi di sinistrismo imperante, passava per un destro e questo erodeva ulteriormente la sua credibilità al giornale. Giannetto era un sostenitore di Boni, la redazione gli era avversa. Alcuni giornalisti portarono il giornale su posizioni di estremismo che non condividevo. Non ritenevo giusto spendere centinaia di milioni per salvare il posto ad alcuni giornalisti, in un ambiente in cui ne erano cresciuti altri che (per quanto mi riguarda) non meritavano fiducia, perché non entravano nel mio ordine di idee». • © RIPRODUZIONE RISERVATA

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