Seguici... Facebook Twitter Google+ Feed RSS
25 febbraio 2018

Cultura

Chiudi

22.01.2018

DERUBATI DELL’INFANZIA

Joseph e Maurice in una scena tratta dal film da poco nelle sale
Joseph e Maurice in una scena tratta dal film da poco nelle sale

Stefano Vicentini «Vi racconto la storia di un signore che dice a un altro: “Perché gli uomini possano vivere tranquilli basta una cosa, uccidere tutti gli ebrei e tutti i calzolai”. L’altro signore lo guarda con aria sorpresa e dopo un momento di riflessione domanda: “Ma perché i calzolai?”. Papà tacque. Io domandai: “Ma perché anche gli ebrei?”. E’ proprio la domanda che non è venuta in mente a quel signore ed è la ragione per cui questa storia è buffa». Da un silenzio sorpreso a un sorriso amaro: due stati d’animo immediati in casa Joffo, quando il capofamiglia racconta ai figli quest’aneddoto. Che dice tutto, nel suo spirito deformante. Costretti a portare la stella di David cucita sul vestito, all’epoca delle persecuzioni naziste gli ebrei non avevano dignità, erano emarginati e reietti. E soprattutto vivevano una condizione già ben nota dall’antica Bibbia: la perenne fuga senza accoglienza, senza solidarietà da parte di alcuno. Joseph Joffo ne ha fatto un’opera narrativa, «Un sacchetto di biglie», uscita in Francia nel 1973 (in Italia pubblicata da Rizzoli, pp. 285, 11 euro), diventata un bestseller mondiale da oltre venti milioni di copie: l’autobiografia incentrata sulla fuga da Parigi, occupata dalle SS, nelle zone sud-est della Francia. Per la Giornata della Memoria 2018 è appena uscito l’omonimo film diretto da Christian Duguay, che fa seguito a una pellicola del 1975. Fedele al romanzo, racconta l’esperienza di due ragazzini ebrei esposti di continuo allo spettro della cattura e della deportazione, Joseph e il fratello Maurice. Non si trovano masse di detenuti nei lager, esperienze al fronte o massacri nell’opera, ma c’è un clima psicologico da affanno costante, col fiato sospeso di chi si sente braccato e prossimo al baratro. I protagonisti cercano territori liberi lontano dalla capitale francese, ma in ogni loro spostamento devono usare l’astuzia per sfuggire ad atti di spionaggio, tradimenti, perquisizioni. Non è quello il mondo che avrebbero dovuto vivere: giovinezza e speranze sono minate dagli eventi. Il gioco delle biglie, descritto in apertura del libro come caro ai due fratelli, è interrotto dalla necessità della fuga: Joseph ha perso l’ennesima sfida con la sua ultima biglia, ma questa gli viene restituita da Maurice. E’ un gesto generoso che conferma la sincerità del rapporto consanguineo, ma anticipa il messaggio forte dell’opera: nel mondo non ci sono solo i cattivi, ma anche i buoni, le persone affidabili che agiscono senza la logica dell’interesse, come un sacerdote cattolico che libera i ragazzi da una trappola che sembra definitiva. La vicenda non affonda mai nel buio ma è ricca di luce per la caparbietà dei protagonisti, alla fine premiata. Questo libro - di cui è difficile stabilire il genere letterario, non avendo tratti da romanzo né particolari descrizioni di storia collettiva - è il resoconto di tre anni cruciali della vita dell’autore (che peraltro si è definito «testimone e non scrittore»), senza cedere al sentimentalismo o ad altre retoriche. E’ carico di delusioni ma è pure simbolo della fiducia nel mondo, che Joffo ha voluto consegnare ai propri figli riprendendo i ricordi all’inizio degli anni ‘70, ad un trentennio dalle esperienze fatte. Cosa ha significato per lui la scelta di non seppellire il passato? La risposta è nel finale dell’opera: «Sono cresciuto, indurito, cambiato. Forse anche il cuore si è abituato, si è rodato alle catastrofi, forse è diventato incapace di provare un dolore profondo. Il bambino che ero diciotto mesi fa, quel bambino sperduto nel metrò, nel treno che lo portava a Dax, so che non è più lo stesso di oggi, che è sperduto per sempre in un bosco, su una strada provenzale, nei corridoi di un albergo di Nizza, si è sbriciolato un po’ ogni giorno di fuga». E il cuore della questione: «Mi sembra che certi giochi non mi interesserebbero più oggi, nemmeno le biglie, una partita di pallone forse, ma non è detto. Non mi hanno preso la vita, forse hanno fatto di peggio, hanno rubato la mia infanzia, hanno ucciso in me il bambino che potevo essere. Forse in fondo non tengo più alla vita, solo che la macchina è in moto, il gioco continua, è la regola che la selvaggina corra sempre davanti al cacciatore e ho ancora fiato, farò di tutto perché non abbiano il piacere di prendermi». L’adulto ha sostituito improvvisamente il ragazzo, con un fardello di responsabilità. Tale consapevolezza ha sostenuto Joseph Joffo negli anni a venire, sentendo il dovere di ripercorrere con la memoria e la scrittura il vissuto. Impresa gravosa ma educativa per le nuove generazioni. L’autore oggi ha 86 anni: le sue biglie sono conservate dentro ad una lampada, che le illumina spargendo colore ovunque. •

Commenta

Partecipa. Inviaci i tuoi commenti

Attenzione: L'intervento non verrà pubblicato fino a quando il moderatore non lo avrà letto ed approvato. I commenti ritenuti inadatti o offensivi non saranno pubblicati.

Informativa privacy: L’invio di un commento richiede l’utilizzo di un “cookie di dominio” secondo quanto indicato nella Privacy Policy del sito; l’invio del commento costituisce pertanto consenso informato allo scarico del cookie sul terminale utilizzato.

pagine 1 di 1

Sondaggio

Dopo gli attentati dei terroristi islamici a Parigi, quali misure andrebbero adottate dall'Italia?
ok