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25 novembre 2017

Cultura

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31.10.2017

DESTINI
AFRICANI

La scrittrice e sceneggiatrice Francesca Melandri, 53 anni
La scrittrice e sceneggiatrice Francesca Melandri, 53 anni

Il titolo è una sorta di ossimoro perché, parlando di guerre, colonialismo, massacri, «Sangue giusto» (Rizzoli, pp. 521, 20 euro) non è solo una contraddizione di termini ma anche una definizione inaccettabile ancorché d’effetto.

E’ un romanzo forte, di estrema attualità in tempo di dibattito sullo Ius soli e sugli immigrati, quello di Francesca Melandri che conclude così la trilogia iniziata con «Eva dorme» nel 2010 (suo esordio nella letteratura) proseguito con «Più alto del mare», finalista del premio Campiello 2012 e vincitore del «Rapallo Carige».

Grazie ad un espediente narrativo, intessendo la finzione con la realtà storica, mescolando il presente con il passato più prossimo e quello assai più lontano, la scrittrice romana ripercorre l’occupazione italiana in Africa, in particolare in Etiopia, durante il fascismo. Anni di violenze sulla popolazione indigena, di vittime e carnefici ma anche di rapporti ambivalenti, ora feroci ora opportunistici ora con una parvenza di affezione.

I fatti che qui vengono menzionati sono spesso ignoti ai più o quantomeno la loro memoria ne risulta pesantemente appannata. Delle ex colonie italiane in Eritrea, Somalia, Libia, Abissinia (poi denominata Etiopia), come ha dichiarato la stessa autrice, si conosce una versione «edulcorata» e degli italiani si ricorda soprattutto l’impegno nel costruire infrastrutture e strade.

La realtà, invece, ebbe anche aspetti terribili come l’utilizzo di armi chimiche. «Che l’Italia abbia usato i gas», come la scrittrice ha dichiarato in varie interviste, «contro le popolazioni civili sia in Etiopia che in Libia è un fatto storico assodato, riconosciuto dal governo italiano nel 1995 attraverso una presa di posizione ufficiale».

Il pretesto per riportare a galla quegli anni del colonialismo e alcune figure del ventennio fascista come il duce, Rodolfo Graziani, il maresciallo Pietro Badoglio e contemporaneamente riallacciarsi alla più stretta attualità evocando (con vena corrosiva) Berlusconi e il suo rapporto deferente nei confronti di Gheddafi (in particolare durante la famosa visita nel 2010 a Roma dove venne ricevuto con tutti i crismi) ha il volto di un ragazzo dalla pelle scura. E’ lui che Ilaria Profeti, una giovane educatrice, si trova all’improvviso davanti mentre sta rientrando nel suo appartamento romano un pomeriggio d’agosto.

Il giovane le rivela di essere suo nipote, in quanto figlio di un figlio che suo padre Attilio ha avuto in Etiopia. A ulteriore testimonianza, le mostra un passaporto con un nome lunghissimo, Shimeta Ietmgeta Attilaprofeti, evidente storpiatura del nome paterno.

Da quel momento Ilaria si trova immersa in un presente che la sconvolge e la riempie di dubbi (Shimeta mente o è sincero?) e in un passato che le è totalmente oscuro. Certo, è ben consapevole che suo padre (ora ultranovantenne) ha avuto una vita avventurosa. Basterebbero i due matrimoni ch’egli ha contratto a dimostrarlo. Il primo con Marella che, oltre a Ilaria, gli ha dato anche due maschi, Federico ed Enrico; il secondo con Anita da cui ha avuto un altro maschio, Alfredo. Ed è proprio con il fratellastro che Ilaria si confida alla ricerca di quella verità che suo padre forse ha tenuto a lungo nascosta.

Il romanzo segue dunque un doppio binario secondo una precisa struttura che alle vicende e alle ripercussioni dell’oggi alterna le vicissitudini del tempo andato, in un’epoca che precipita il lettore nell’Africa del colonialismo, quando i dominati perdevano ogni diritto e i dominatori non perdevano occasione per dimostrare la loro presunta superiorità e il loro, più o meno latente razzismo. Salvo poi frequentare assiduamente molte delle donne nere, magari contraendo i cosiddetti «matrimoni a tempo» e avendone anche dei figli, raramente riconosciuti, una volta che gli uomini tornavano in Italia.

Rispetto ad altri commilitoni, Attilio Profeti sembra però sinceramente affezionato all’amante africana Abeba e al figlio avuto da lei, che tuttavia non vedrà mai perché questi nasce quando lui è già rientrato in patria, dopo il fallimento delle mire espansionistiche italiane in Africa. Gli unici rapporti che tra loro intercorrono sono affidati a lettere che periodicamente il ragazzo invia al legittimo genitore. Sarà proprio lui a salvarlo, a distanza di parecchi anni, dall’arresto.

Nella descrizione degli orrori perpetrati dagli italiani ai danni degli indigeni e, all’opposto, dei privilegi di cui essi si circondarono, emerge con prepotenza l’eterno tema, l’eterno mistero dell’incontro con l’Altro, con chi riteniamo diverso da noi, anche se solo per il colore della pelle. Viene da chiedersi allora, a questo punto, a cosa allude quel titolo: qual è il Sangue giusto? Per un razzista, sembra suggerire l’autrice, è solo il proprio, di chi pensa di essere depositario di una natura e di una potenza superiori. O, più in generale, quello di chi sottomette, di chi impone la propria legge.

L’intreccio creato da Melandri è fitto di fatti e personaggi tra cui spiccano Attilio Profeti, descritto durante i vari momenti della sua vita, quando, dopo la parentesi fascista diventa un dirigente tutt’altro che limpido, e Shimeta al centro di innumerevoli vicissitudini dopo lo sbarco a Lampedusa.

Non ci soffermeremo ulteriormente a descrivere un passato disonorevole per gli italiani e che pure trova qui ampio spazio né ci dilungheremo a descrivere le varie tappe che porteranno Ilaria ad avvicinarsi alla verità.

Diciamo solo che il merito principale del romanzo è la scrittura accurata, ben cesellata in ogni dettaglio, mai banale, fatta anche di espressioni di particolare impatto (un esempio per tutti: la definizione di «analfabeta etico» che Ilaria dà del proprio padre).

L’autrice rivela un’abilità e una sicurezza di stile affinati dai numerosi anni dedicati alla sceneggiatura.

Ed è proprio questa capacità che regala al romanzo un colpo di scena finale inatteso. E in qualche modo riconciliatore.

Betty Zanotelli
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