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22 novembre 2017

Cultura

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10.11.2017

DISSESTO
ITALIANO

Il giornalista e storico Paolo Mieli, 68 anni
Il giornalista e storico Paolo Mieli, 68 anni

Un’analisi come sempre lucida, una rivisitazione alla luce anche dei saggi di colleghi storici che documentano letture nuove e distaccate di alcune pagine di storia italiana. Paolo Mieli va a scegliere episodi specifici e concreti, anche pagine minori, per narrare quel Paese verso cui è sempre critico ma che in fondo ama. Il giornalista e saggista lo fa nel suo ultimo lavoro, «Il caos italiano. Alle radici del nostro dissesto» (Rizzoli, pp. 352, 20 euro).

Mieli ha un allenamento senza pari nell’analisi delle vicende di politica italiana: è a casa sua tra Prima e Seconda Repubblica, avendole attraversate da giornalista all’«Espresso», a «Repubblica» e alla «Stampa», di cui è stato direttore. Dal 1992 al 1997 e dal 2004 al 2009 ha diretto il «Corriere della Sera». Ne «Il caos italiano» ha articolato un percorso attorno al tema dell’instabilità politica italiana: individuandone l’anomalia di fondo nell’incapacità di reggere un’alternanza vera, un confronto diretto tra due sponde che ricombina ad ogni caduta o crisi i fattori senza tenere conto degli elettori.

I conti con la storia sono precedenti all’Unità d’Italia, quando dialogavano Rattazzi dal centrosinistra e Cavour dal centrodestra. Ma all’indomani della proclamazione del Regno, il cofondatore Cavour muore, l’uomo forte sembra solo Garibaldi e re Vittorio Emanuele esce dall’impasse nominando Ricasoli prima, Rattazzi poi, e quindi Farini, «caso bizzarro e fortunato» perchè arriverà a minacciare col coltello il sovrano. Sarà Minghetti ad affrontare dopo un anno e mezzo le questioni concrete dell’unificazione e dell’economia «del fragile mosaico unitario». Un Paese che nasce così alla ricerca di maggioranze da combinare ogni volta, di trasformisti subito presenti, di politica che si fa dopo le elezioni e non viceversa che futuro puo’ avere? «Da allora sarà sempre così- scrive

Mieli - A parte, ovviamente, il ventennio mussoliniano e alcun infarti istituzionali quali furono quelli che si ebbero nel 1922 a ridosso della marcia su Roma e nel 1993 a seguito della crisi provocata da Mani pulite, le maggioranze si faranno e si disferanno sempre in Parlamento. Il popolo, l’elettorato sarà chiamato soltanto a ratificarle».

Mieli descrive una Italia refrattaria all’alternanza, allo stare dei partiti una volta al governo e una all’opposizione, accettando invece sempre quell’area di mezzo dei “piccoli” che di volta in volta danno vita ad un’area antisistema, sostengono alleanze sempre “contro“ e mai “pro“ e accentuano i tripolarismi. Nelle altre democrazie occidentali non è mai stato così e il caos rischia oggi di diventare contagioso e portare all’ingovernabilità il sistema occidentale. Il percorso sui non sense è lungo 150 ani e pieno di personaggi singolari da Quintino Sella ai presidenti dei tribunali fascisti, dal “maoista“ Nenni al “ragioniere” Ugo La Malfa, dalle “spie” infiltrate tra i comunisti e Ottavio Missoni “sindaco“ della muncipalità di Zara in esilio, alle prese con una discussa medaglia d’oro.

Tra le centinaia di citazioni, ce n’è anche per Mariano Rumor, segretario della Dc e presidente del Consiglio: di lui si parla nel capitolo sull’uso politico degli scandali e in quello sul presunto golpe dell’estate 1964. A questo proposito Mieli cita il Sifar, servizi segreti militari, che predispose «dossier diffamatori su quasi tutti gli uomini pubblici italiani». Si occupò di simpatie politiche, di relazioni economiche, della vita privata, delle preferenze sessuali (per Merzagora, Colombo, Sullo e Rumor), di segreti finanziari e malattie. Nell’anno in cui si dimise Moro e cadde il centrosinistra al governo, il presidente Segni mandò il generale dei carabinieri De Lorenzo (diverrà un anno dopo capo di stato maggiore dell’esercito) ad informare Moro, Rumor, Zaccagnini e Gava dell’esistenza del piano Solo, che non era un puro piano di ordine pubblico anti sommossa ma un vero progetto per “prendere“ le redini dello Stato. Non c’erano le condizioni di un colpo di Stato, mancavano l’assenso di Chiesa e Stati Uniti, il centrosinistra si ricompattò e ci fu un Moro-bis. Solo nel 1967 un’inchiesta dell’Espresso svelerà le trame e i retroscena.

Pagine senza gloria sul 100° del primo conflitto mondiale. Mieli rifacendosi agli scritti di Marco Mondini, “La Guerra italiana. Partire, raccontare, tornare: 1914-’18» osserva come nel conflitto l’Italia entrò più che consapevolmente un anno dopo le altre nazioni europee, senza furori romantici, anzi «lacerata da rivalità sociali e politiche, contro il volere della maggioranza parlamentare e di gran parte della popolazione». Ragioni politiche, non ideali. Che guerra fu? Un massacro europeo con 15 milioni di morti, 34 milioni di feriti e 11 milioni di prigionieri. Di questi ultimi 600 mila furono italiani, considerati alla stregua dei disertori o sfaticati. Fu una guerra in cui non ci fu una mobilitazione giovanile tra gli italiani e anche gli universitari non furono mai impiegati nelle prime linee. L’uniforme non era segno distintivo, ricorda l’autore, i gradi servivano ad avere servizi meno faticosi. La truppa era trattata in modo sprezzante. E le spiegazioni dei generali, a partire da Cadorna, rispetto alle sconfitte, erano legate «alla vigliaccheria dei reparti».

Nicoletta Martelletto
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