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20 maggio 2018

Cultura

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30.01.2018

DUNNE, MITI E FAMIGLIE

Luigi Grimaldi Tour italiano per la scrittrice irlandese Catherine Dunne, autrice di best sellers come la Metà di niente e molti altri romanzi. L’occasione è la pubblicazione del suo ultimo lavoro, edito da Guanda. In questa intervista, la scrittrice racconta la particolarità dell’opera che arriva nelle librerie come una specie di anteprima. E poi Catherine Dunne spiega anche il senso di un suo appuntamento con gli appassionati di scrittura: terrà un corso per tutti in lingua inglese, anche per chi non è di madrelingua e non ha una speciale dimestichezza con l’anglofonia. Il libro Come cade la luce è il secondo dei suoi romanzi a essere pubblicato prima in Italia che nei Paesi di lingua inglese: c’è una ragione speciale? In effetti, con l’Italia e con i lettori ho un legame speciale, che si alimenta anche con il contatto diretto che con loro tengo molto ad avere. Tutto qui? No, c’è anche il fatto che l’editore italiano ha il piacere di pubblicarmi appena possibile, anche perché i lettori italiani mi hanno sempre premiata, e di questo io sono molto grata. Di cosa tratta il suo ultimo romanzo? Di famiglia, ancora una volta. Di come due sorelle reagiscono all’esistenza di un fratello disabile. Di un amore complesso. Dell’infrazione di un tabù. Ho letto che si è ispirata al mito greco... I miti greci hanno un’enorme libertà e profondità di introspezione. Consentono a uno scrittore di esplorare la reazione dei personaggi a sollecitazioni estreme. Qui ho rivisitato il mito di Fedra, di Ippolito, del Minotauro. Nel precedente romanzo, Un terribile amore era stata Clitemnestra. In questo suo tour terrà un corso di scrittura creativa in inglese destinata a persone italiane. Da dove nasce quest’idea? Scrivere, e anche farlo in modo non professionale, è comunque una sfida. L’estate scorsa, all’Istituto italiano di Cultura a Dublino, insieme alla collega Lia Mills abbiamo tenuto un corso che seguiva la stessa filosofia, benché fosse più lungo e diverso. Ed è lì che abbiamo scoperto che le nostre intuizioni erano giuste. Quali intuizioni? Che pensare o scrivere in un’altra lingua ti rende più consapevole della tua; ti dà la libertà di sbagliare togliendoti la paura di non sapere scrivere abbastanza bene. Il suo è un corso per gente «speciale»? No, affatto. Destreggiarsi un po’ con l’inglese è utile, ma sarà il corso ad adeguarsi al livello dei partecipanti, e non il contrario. Non stiamo facendo un corso di lingua, ma un corso nel quale cerchiamo di capire come «sbloccare» quel giudice interiore che ci tiene frenati e continua a domandarci in tono di sfida «ma tu chi credi di essere?». Ha qualche consiglio per chi vuole scrivere? Uno solo: ricordargli che la scrittura è un muscolo, e-come qualunque muscolo-va tenuto in esercizio. Bisogna ascoltare, osservare, guardare, cogliere brandelli di conversazioni altrui, avere un notes, prendere appunti... Nelle sue storie c’è sempre la famiglia... Ci sono spesso storie di donne-è vero-sul fondale della famiglia. Credo che la famiglia sia un luogo nel quale si concentrano il calore e le ansie più profonde. •

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