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19 ottobre 2018

Cultura

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08.02.2018

EDUCARE ALL’ODIO

Un messaggio chiaro: qui gli ebrei non sono i benvenutiL’ebreo sottrae donne e ricchezza al popolo tedesco
Un messaggio chiaro: qui gli ebrei non sono i benvenutiL’ebreo sottrae donne e ricchezza al popolo tedesco

Stefano Biguzzi Mai come quest’anno, con i miasmi del razzismo riemersi prepotentemente da una sentina ideologica che si sperava sigillata per sempre, e con la stessa parola «razza» tornata inquietante ad echeggiare nell’agone politico, il Giorno della Memoria ha assunto il significato di un monito terribile e senza tempo. In uno scenario così cupo e dalle prospettive tutt’altro che tranquillizzanti, la riedizione critica di tre volumetti pubblicati nella Germania nazista per instillare il più feroce antisemitismo nelle giovani generazioni acquista uno valore straordinario che va ben oltre il mero dato documentale. «Educare all’odio. L’antisemitismo nazista in tre libri per ragazzi» (Cierre, pp. 186, 19,50 euro) è quindi un’occasione di riflessione. Nel loro progetto di costruire un uomo nuovo per un nuovo ordine, i totalitarismi del Novecento hanno riservato un’attenzione maniacale ai loro piccoli sudditi che, più malleabili e indottrinabili degli adulti in quanto privi di un vissuto politico, si offrivano come perfetta tabula rasa su cui incidere l’idolatria per lo Stato Moloc nella sua triplice epifania, nera, bruna e rossa: sei milioni di giovanissimi irreggimentati nell’Opera Nazionale Balilla a metà degli anni ’30, dieci milioni nella Hitlerjugend allo scoppio della guerra, duecento milioni nel Komsomol durante il settantennio sovietico. Questa liberticida distorsione di un processo formativo nato con le nazioni moderne per creare cittadini consapevoli, il nazismo e, dal 1938, il fascismo la misero in atto anche attraverso una pervicace educazione all’odio antisemita; un’educazione che in Germania, dove il razzismo e il mito del sangue erano premessa e fondamento imprescindibile della dottrina hitleriana, si esplicitò con una virulenza e una sistematicità senza precedenti. Nel dotto saggio che arricchisce il volume insieme alla prefazione di Gustavo Corni e a uno scritto di Arnaldo Loner, Ivano Palmieri rende bene la dimensione del fenomeno richiamando lo studio in cui Mathias Schwerendt, attraverso il censimento di 132 pubblicazioni per la scuola adottate in Germania tra il 1933 e il 1944, ha reperito 4.007 citazioni di stampo antisemita via via più violente con il procedere dei cicli di studio. Quelli riproposti da Palmieri non sono però veri e propri libri di testo, piuttosto complementi didattici per razzisti in erba, pensati e realizzati - sempre che sia possibile formulare una graduatoria del male assoluto - dalla frangia più becera e violenta dell’antisemitismo nazista, quella che aveva il suo capo in Julius Streicher, il Gauleiter della Franconia, e il suo foglio di propaganda nel settimanale «Der Stürmer». Diversi graficamente e stilisticamente, i tre volumetti, usciti tra il 1936 e il 1940, sono accomunati dalla galleria di infamie che tratteggiano intorno alla figura dell’ebreo: discendente dal diavolo, «fungo velenoso in mezzo agli uomini», marcato da inconfondibili tratti somatici (nonostante gli studi di Virchow avessero rivelato già dal 1871 l’inesistenza di una pura razza tedesca e la presenza di molti soggetti biondi e con gli occhi azzurri nel gruppo ebraico di area germanica), criminale, laido molestatore di fanciulle ariane, agente della modernità impegnato in un progetto di dominio sul mondo ispiratogli dalla sua oscura religione, brillante arrampicatore sociale, millenario strozzino, inquinatore del sangue tedesco e molto altro ancora; compresa quell’accusa di omicidio rituale con cui da secoli la Chiesa infamava i «perfidi giudei» (il culto del San Simonino, falso martire di un presunto infanticidio rituale che si sarebbe consumato a Trento nel 1475, verrà soppresso solo nel 1965). Calarsi in queste pagine fatte di bieche caricature, ancor più orrende perché in stile volutamente bambinesco, di istruttive «parabole» o di favolette incentrate su animali ripugnanti come zoomorfe incarnazioni dell’ebreo è un’esperienza che colpisce nel profondo. Vi si mescolano orrore, schifo, incredulità e la percezione del danno permanente che si può produrre elevando i peggiori istinti a fondamento educativo. Ma il pensiero va anche a quanto l’operazione promossa da Streicher avesse tra i suoi punti di forza la facilità con cui, nella tradizione tedesca, il mondo delle favole concorreva a familiarizzare con l’idea dell’annientamento fisico, dai bambini che il pifferaio di Hamelin annega in massa ai monelli Max e Moritz macinati e dati in pasto alle oche. In questa letteratura per l’infanzia nazista la soluzione finale del «problema ebraico» non è mai evocata direttamente ma trasuda da ogni riga con una devastante capacità affabulatoria: «Un diavolo si aggira per la nostra terra, è l’Ebreo, lo conosciamo tutti. Assassino di popoli, inquinatore di razze, ovunque terrore dei bambini. Vorrebbe rovinare i nostri giovani, vorrebbe far scomparire il nostro popolo; non avere niente a che fare col sudicio Ebreo, e avrai vita lunga e felice». Se, come diceva Thomas Hobbes, le parole sono trombe di guerra, da queste si levavano squilli di morte che anche l’orecchio più distratto avrebbe potuto cogliere. Sentirli echeggiare ancora oggi, amplificati e riverberati dall’agorà della rete, dopo la tragedia della Shoah e nonostante lo sforzo che si è prodotto per educare ai valori della libertà e della democrazia, la dice lunga su quanto lavoro resti da fare e deve mettere in guardia su quanto facilmente gli stereotipi utilizzati per l’antisemitismo possano venire riproposti e aggiornati adattandoli a nuove categorie di individui identificati come «diversi» per origine, lingua, cultura o religione. «Costruire la razza nemica» era il titolo di un eccellente saggio firmato qualche anno fa da Francesco Germinario: i laboratori dove ripetere questa operazione non sono mai stati distrutti; gli apprendisti stregoni pronti a dedicarvisi con zelo li abbiamo sotto i nostri occhi, tutti i giorni. •

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