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18 novembre 2017

Cultura

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04.11.2017

«Fino alla fine. Brescia,
molto più di un amore»
La passione di Palumbo

L’immagine di copertina della pubblicazione di Giannino Palumbo
L’immagine di copertina della pubblicazione di Giannino Palumbo

Quella calcistica è una fede. Non la si presta, non la si impara. Ha sfumature mistiche che virano all’intransigenza, volendo, ma se presa in purezza mantiene la pasta morbida dell’amore eccessivo, lievitato, gonfio e strabordante. Un pasto completo («A chi rimane ancora un po’ di appetito?»), il pasto decisivo.

Domanda ghignando, Giannino Palumbo. «E meno male che dipendiamo dal calcio come dall’aria che respiriamo – motteggia –, mi metto nei panni di quelli che non lo sopportano: le donne, i monaci buddisti, gli appassionati di freccette… Ma a quale supplizio li stiamo condannando?». Domanda tra le righe, che come gli spalti marcano un «noi» e un «voi». Chi cambia canale e chi è disposto ad andare «Fino alla fine» (Marco Serra Tarantola Editore).

Nato a Orzinuovi nel ’58, già autore di «Una vita in B», Palumbo è tifoso vero, un po’ martire e un po’ oppressore, come prevede il dogma. «Brescia, molto più di un amore» sottotitola il libro della passione cieca. Più di 30 abbonamenti, il traguardo (vicino) delle mille partite, 80 anni d’inviolabile religio – prendendo a prestito quelli del padre, che con la Topolino andava allo Stadium di viale Padova quando i palloni si rattoppavano ancora, e c’era la guerra. Pagine che si leggono tra numeri e alfabeti. Cabale riti e scaramanzie annesse. Ogni capitolo una lettera nuova calata sulla metafora del pallone (B per Boscaglia, D per Daspo), ogni passo uno scongiuro dalle iettature. Per cui, prima della partita, l’accendino va nascosto nel calzino del piede sinistro e fuori dall’arena l’attenzione deve restare ciclopicamente incollata alla maglia, sempre («Ma tu Bresciaoggi lo compri per le notizie sul Brescia o anche per le altre?»/«Quali altre?»).

QUI SI INCONTRANO cronache, aneddoti e persone. Come i giovani polacchi conosciuti al ristorante, in viaggio per vedere lui, «che quando c’era, lui, il Brescia era conosciuto da tutti», che parlando del fuoriclasse la fila per il bagno diventa fiesta. Ma oltre a Baggio, la saudade. Palumbo la incolla a Felipe Sodinha, poi sparge malinconia brasileira dappertutto. Orme di gestualità nostalgiche sul nascere perché già anacronistiche, costanti residuali in un mondo che cambia. Così, le code mompianesi al «pucia mia» sono gomito a gomito di fratellanza. Così, nel «vivere gli anni aspettando le partite sembra quasi che il resto non sia esistito. La scuola, le ore d’ufficio, il bambino ha l’influenza».

Vertici apicali e «scoppole isolate, rovinose». Lo diceva anche Corioni: «È dura tifare Brescia!». Però, in fondo, basta tenere duro. «Che poi magari Caracciolo si fa male». E allora sì, che c’è da sperare alto fino alla fine.

Alessandra Tonizzo
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