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16 dicembre 2017

Cultura

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25.09.2017

IL DOLORE
DI GADDA

Carlo Emilio Gadda (1893-1973)Carlo Emilio Gadda con il regista Pietro Germi
Carlo Emilio Gadda (1893-1973)Carlo Emilio Gadda con il regista Pietro Germi

«La cognizione del dolore» di Carlo Emilio Gadda ha il privilegio di suscitare in molti critici ed anche in semplici ma raffinati lettori un duplice dubbio: il capolavoro di Gadda è «La cognizione» o «Il pasticciaccio»?; e, se la risposta è favorevole alla prima alternativa, segue subito l’altro dubbio: «La cognizione» è o non è l’opera più grande della narrativa italiana novecentesca? Dubbi certo non immotivati, ma forse superflui, se è vero che i superlativi che pretendono dalla formula «il più» una indiscutibilità matematica poco si adattano ai valori dei romanzi e delle opere creative in generale.

Ad ogni modo un’occasione importante anche per porsi di nuovo quelle domande, ma soprattutto per ripercorrere e gustare tante pieghe di un libro che fu complesso come pochi nella sua gestazione, nei suoi tanti ripensamenti, nella sua probabilmente connaturata incompiutezza, ora c’è; e rispecchia quella incompiutezza con una provvidenzialmente contrapposta completezza di ogni foglio che, vergato dalla mano di Gadda, abbia a che fare col romanzo, con la completezza delle informazioni, di noti ma anche inediti riferimenti alla vicenda editoriale e alle mutazioni del testo.

L’occasione è la nuova edizione del romanzo proposta da Adelphi, nell’ambito del progetto di ripubblicazione di tutte le opere di Gadda sotto la direzione di Paola Italia, Giorgio Pinotti e Claudio Vela, che di questa nuova «Cognizione» sono anche direttamente i curatori, con una «Nota al testo» informatissima e illuminante che occupa 115 delle complessive 382 pagine del volume (24 euro).

Negli anni Trenta, quando nasce l’idea della «Cognizione» (prima come racconto breve, poi come romanzo ampiamente articolato), in Gadda sono ancora vive le ferite morali della Grande guerra: la memoria della propria prigionia, la morte al fronte del fratello Enrico, la sofferenza per il lutto inconsolato della madre, le dissestate condizioni del mondo attorno a lui.

E, nel romanzo che inizia a concretizzarsi dopo la morte della madre avvenuta nel ’36, il motivo centrale è il controverso rapporto d’amore e rancore che lega un figlio (l’ingegnere hidalgo Ignazio Pirobutirro) alla madre (chiamata sempre «la Signora») sullo sfondo di un inventato Paese sudamericano – il Maradagal – che ha i tratti e i nomi appena spagnolescamente mascherati della Brianza che fu il luogo delle villeggiature della famiglia Gadda fin dall’infanzia di Carlo Emilio.

L’irosa scontrosità del figlio che non sopporta quel luogo e quella casa in cui la madre offre confidenza e ospitalità alla rozza, interessata, meschina gente del luogo è raddoppiata dalla cupa atmosfera sociale e politica di quel Maradagàl in cui associazioni di guardie, che dovrebbero essere di sicurezza, destano invece sospetti e angosce (allegoria del fascismo) fino al dramma di una misteriosa, mortale aggressione subita dalla Signora. E Gonzalo, di cui erano conosciuti gli scoppi d’ira nei confronti della madre, viene anche sospettato di essere l’autore della tragica violenza.

Aperto tutto l’intreccio dell’enigmaticamente allegorica vicenda, aperto il finale di quest’opera che apparve dapprima a puntate sulla rivista «Letteratura» fra il ’38 e il ’41 e poi, con modifiche e l’aggiunta di parti nuove, nel ’63 in volume presso Einaudi, con un «Saggio introduttivo» di Gianfranco Contini che univa straordinaria energia critica e appassionata complicità con l’autore. Quindi si arrivò, con l’aggiunta di altri due capitoli nella parte finale, all’edizione del ’70 e, con ulteriori modifiche, a quella del ’71. A questa edizione del ’71 si rifà fondamentalmente il testo proposto ora dai curatori adelphiani. I quali, nella Nota, danno conto di tante cose.

Fra l’altro, scontata la valenza autobiografica implicita nella trasfigurazione del romanzo, si dà conto dettagliato del peso che ebbe nella storia familiare di Gadda l’odio che il ragazzo e poi ingegnere-scrittore nutrì per la villa (ma la chiamavano casa) fatta costruire a Longone in Brianza dal padre a fine Ottocento, casa costata inutile dispendio e difficoltà alla famiglia prima e dopo la morte del padre (1909).

Longone diventa Lukones, l’odiata villa brianzola diventa la tetra, fatiscente dimora del dolore sommesso della «Signora» e delle terribili esplosioni nevrotiche del figlio Gonzalo.

Ecco, la nevrosi di Gonzalo Pirobutirro: tutta determinata dagli oscuri complessi psicologici di un figlio «cui non risère parentes» (così è detta in una carta gaddiana la sventura del figlio che non ebbe serenità di sorrisi dai genitori), oppure frutto avvelenato anche o soprattutto dei tempi e dell’umanità che circondò quel figlio? Su questo, sul buio complesso edipico del personaggio, sull’interpretazione del saggio di Contini e, in relazione a questa, sulle auto interpretazioni di Gadda che sono insieme di consenso e di dissenso si discute a lungo nella Nota al testo. E il lettore avverte la complessità – tanto contraddittoria quanto ricca e intensa – della «Cognizione». Della quale continua ad ammirare lo straordinario linguaggio, quel barocco che incrocia macaronicamente gergo milanese, spagnolismi improbabili e forme auliche della nostra lingua con effetti trascoloranti dal comico al sarcastico, al tragico.

E non può non amare in modo sempre più convinto le pagine di quel secondo capitolo della seconda parte in cui veramente sembra che il Novecento, per i dolorosi inverni del proprio scontento, abbia trovato nella «perturbazione dolorosa», nel «male oscuro» di Gonzalo Pirobutirro uno specchio fondamentale, insostituibile.

Giulio Galetto
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