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22 ottobre 2017

Cultura

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21.09.2017

IL RE, 70 ANNI
DA BRIVIDI

Stephen King, 70 anni tra pochi giorni
Stephen King, 70 anni tra pochi giorni

Chi ama Stephen King lo considera l’erede contemporaneo di Charles Dickens, per la sua indiscussa capacità di raccontare l’infanzia e l’adolescenza fra luci e ombre, orrore e meraviglia, abusi e riscatti, unita alla forte critica sociale che pervade i suoi romanzi, nei quali il ruolo determinante è spesso riservato agli esclusi.

Chi lo critica (senza arrivare alle invettive del decano Harold Bloom, che definì King «il male letterario assoluto») gli rimprovera lo stile prolisso, ripetitivo e fin troppo semplice (celebre il suo motto «La via per l’inferno è lastricata di avverbi»), che rifugge ogni preziosità grammaticale in nome dell’immediatezza. Ma sia gli ammiratori che lo chiamano «il Re», sia i detrattori che lo reputano al massimo un buon artigiano della paura devono concordare almeno su un punto: Stephen Edwin King, nato settant’anni fa a Portland nel Maine, il 21 settembre 1947, è stato e rimane uno dei più influenti scrittori americani di fine millennio.

Chiunque ha letto qualcosa di suo (Stephen ha firmato più di duecento storie fra romanzi, racconti e saggi) o visto almeno un film basato sui suoi libri e anche se, a dispetto dei numeri, il rapporto di King con gli adattamenti cinematografici è piuttosto complesso (alcuni gli sono piaciuti, però ha bocciato un capolavoro come «Shining», accusando Stanley Kubrick di aver snaturato l’originale) l’enorme successo dell’ultima trasposizione di «It» diretta da Andrés Muschietti (che arriverà in Italia il 19 ottobre, ma che vanta già incassi record), sembra aver accontentato tutti: pubblico, critica e lo stesso King, il quale ha inoltre deciso di festeggiare il proprio compleanno pubblicando un nuovo romanzo, «Sleeping Beauties», scritto a quattro mani con il figlio Owen e incentrato su un misterioso morbo del sonno che colpisce le donne (e guai a svegliarle!), lasciando così gli uomini in balia di se stessi.

Eppure, per quanto possa vendere e intrattenere, è difficile che «Sleeping Beauties» riesca a emulare l’impatto dirompente che le opere di King ebbero sui lettori fra l’inizio degli anni Settanta e la metà dei Novanta.

Forse un po’ dipende dal fatto che all’epoca King era un fenomeno imprevedibile, inarrestabile e senza nulla da perdere, mentre oggi è un autore rispettato da seguire e studiare, i cui lavori si rivolgono a un pubblico assai più ampio e variegato rispetto a quello di un tempo, costituito principalmente da fan del thriller, del fantasy e dell’horror che brandivano i suoi libri come un atto di sfida e, insieme, un’orgogliosa rivendicazione dei propri gusti.

Ma, d’altra parte, una sorta di progressivo ammorbidimento d’intenti (pur continuando a trattare i generi letterari sopracitati) è quasi naturale quando si fa pace con la vita e ci si libera di ogni dipendenza, scrittura esclusa.

In fondo se oggi si legge King non è tanto per passare la notte in bianco (i brividi non mancano, ma il mondo attuale ha modificato la nostra sensibilità, portandoci a trovare una specie di rassicurazione nello spavento letterario, fittizio e quindi controllabile) bensì per godere delle sue doti di narratore.

Ciò comunque non sminuisce l’importanza della svolta postmoderna compiuta da King nella prima fase della sua carriera: portare la paura nella dimensione quotidiana e trasformare così elementi comuni come un hotel isolato («Shining», 1977), un campo di mais («I figli del grano», racconto contenuto in «A volte ritornano», 1981), un San Bernardo («Cujo», 1981), un’auto («Christine – La macchina infernale», 1983), un clown («It», 1987) o un’infermiera («Misery», 1987) in sinonimi di puro terrore. Ma, in parallelo, King illustra quanto la realtà sia terribile di suo, sin dall’esordio «Carrie» (1974), uno dei più efficaci spaccati letterari su bullismo scolastico e psicosi religiosa.

Con il trascorrere degli anni, i lettori si sono appassionati a storie più introspettive, dolenti e problematiche (anticipate già nelle raccolte «A volte ritornano» e «Stagioni diverse», 1982), hanno imparato la geografia delle sue opere, spesso ambientate nel natio Maine (anche se non scarseggiano escursioni in altri stati), e hanno seguito l’evoluzione della monumentale saga fanta-western «La Torre Nera» (1982-2012). Per chi si chiede come mai un narratore collaudato abbia ancora voglia di allargare i propri orizzonti e sperimentare nuove possibilità, valgano le parole di King: «Uno dei miei compiti in quanto scrittore è quello di assalire le vostre emozioni e per fare questo uso tutti gli strumenti disponibili».

Angela Bosetto
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