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19 agosto 2018

Cultura

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03.02.2018

LA MITOLOGIA DEL DIGITALE

La redditività della scienza è il criterio sul quale si finanzia la ricerca
La redditività della scienza è il criterio sul quale si finanzia la ricerca

Andrea Lugoboni Digitale è più bello. Oltre che un viatico per finanziare progetti di qualsiasi tipo, la continua esaltazione delle nuove tecnologie sta forse diventando una moda. Nel libro «L’impronta digitale. Cultura umanistica e tecnologia» (Carocci, pp. 143, 12 euro) Lorenzo Tomasin, professore di Filologia Romanza e Storia della lingua italiana all’università di Losanna, descrive una mentalità mainstream, «un pensiero unico», che accompagna come presupposto più o meno tacito quell’esaltazione. Secondo lei è ancora possibile identificare le cosiddette scienze umane e distinguerle dalle scienze naturali? Sì, secondo me una distinzione tra scienze umane e scienze matematico-fisiche-naturali è ancora possibile, è presente nella storia, nella struttura e nell’articolazione delle varie discipline. La distinzione cruciale però, oggi, basata sulla capacità di essere immediatamente redditizie, è tra scienze di base e applicate. Questo è lo scopo delle discipline tecniche: affinare tecnologie per un loro impiego industriale. All’interno del primo gruppo invece si trovano quasi tutte le materie umanistiche, ma anche una buona parte delle discipline naturali e matematiche. Oggi si stabilisce che i soldi pubblici debbano andare principalmente alla ricerca applicata. Verso di essa si dirige però già l’interesse privato ed è giusto che sia così. Ma dove l’interesse privato non c’è, è lì che avrebbe più senso investire le risorse pubbliche. Se ciò non avviene la ricerca che non produce una rendita immediata rischia di essere totalmente negletta. Secondo lei lo studio della nostra lingua italiana, la filologia quindi, può ancora generare ricchezza economica e Pil, pur rimanendo un sapere fine a sé stesso? Senza dubbio sì. L’italiano è una lingua spendibile nel mondo sul mercato (soprattutto nei settori del design, della moda, gastronomico). Tuttavia sarebbe poco onesto chi dicesse che essa va studiata e imparata solo o soprattutto perché può rendere. In giro per il mondo l’italiano è imparato soprattutto da chi lo considera una disinteressata dotazione culturale. La ragione principale è legata a una dimensione non di utilità immediata, ma di arricchimento spirituale. L’italiano è studiato soprattutto perché piace, perché bello. Qui tocchiamo un confine delicato, quello tra utilità e redditività: ci sono cose inutili che rendono. Può essere questo un motivo per finanziare la ricerca di base? Per quanto riguarda l’italiano ciò è evidente. Una parte cospicua della ricerca italiana si concentra sulle tecnologie. Ma l’India e la Cina hanno capacità di sfornare una quantità di ingegneri che l’Italia non riuscirà mai a raggiungere. La partita è persa in partenza per questioni storiche e culturali che non si possono sovvertire né in una ma neanche in due generazioni. C’è una cosa che invece l’India e la Cina non hanno: il patrimonio culturale italiano, la letteratura italiana, per cui l’Italia è un riconosciuto modello. Quali altri fini importanti legittimano una spesa nelle scienze di base e nelle scienze umane? Le scienze umane sono nella società quello che il cervello è nel corpo. Un rafforzamento e una diffusione dei valori della cultura umanistica e in generale delle scienze di base (matematica e scienze naturali comprese) non può che migliorare il valore complessivo di un Paese. Stiamo parlando di valori come: libertà, capacità critica, intelligenza, discussione. Un Paese non deve preoccuparsi solo di produrre beni di consumo, ma di avere il più possibile una società all’altezza delle proprie ambizioni. Il pericolo che deriva dal trascurare la ricerca di base è trasformare i cittadini in automi incapaci di pensare. Da parte loro gli studiosi delle cosiddette scienze umane che cosa possono fare per ottenere nuovi finanziamenti? Certamente alimentare un circuito virtuoso assicurando dei prodotti di eccellenza a livello internazionale. Ciò si ottiene attraverso metodi di selezione severa ed esigente, cioè separando chi è bravo e chi no. Il problema però è più generale: negli ultimi anni i criteri con cui la ricerca di base viene valutata, anche all’estero, vengono presi in prestito dai campi della ricerca applicata. Questo è sbagliato e produce storture immani. Ogni scienza ha il suo metodo in base a cui strutturare la valutazione. Per esempio, uno dei criteri che più spesso nel mondo vengono usati oggi per valutare la bontà di una ricerca è la quantità di ricadute dirette che questo filone ha sulle imprese. Per molte discipline è un criterio totalmente assurdo. •

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