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22 novembre 2018

Cultura

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08.09.2018

LA NONNA ALLE PRESE CON L’ARTE

La provocazione di Manzoni 
La copertina del libro con Alice Zannoni e la nonna Zita Urbani Il portabottiglie di Duchamp
La provocazione di Manzoni La copertina del libro con Alice Zannoni e la nonna Zita Urbani Il portabottiglie di Duchamp

Alice Zannoni, 37 anni, socio fondatore di SetUp, critico d’arte e curatore indipendente, vive a Bologna, ma è originaria di Arzignano, nel Vicentino. La sua notorietà è centuplicata da quando ha scritto un libro semplice su un mondo ardito: l’arte contemporanea. Vabbè, astrazioni e performance non sono per tutti. Ma in 192 pagine non c’è una riga su biografie, categorie estetiche, semiotica. C’è invece un dialogo spassoso e di inconsueta profondità tra lei e Zita Urbani, la nonna novantaduenne che vive col rosario sempre in tasca. Il titolo del volume è già un programma: «L’arte contemporanea spiegata a mia nonna. Ridere, piangere, capire» (Nfc Edizioni, 16,90 euro). Alla seconda edizione, il saggio ha appassionato anche il grande pubblico, per l’incrocio della didattica esperienziale con il dialogo degli affetti. Nei vostri incontri estivi tra spiaggia e cortile ha parlato con sua nonna come si parla con un bambino? Non è proprio la stessa cosa, perchè un bimbo esperienza di vita non ne ha, mentre 92 anni se ne sono viste talmente tante... ma è vero che una persona come nonna Zita non ha filtri e in un mondo che annega nell’eccesso di informazioni, lei non si stupisce più di niente. L’arte invece le ha fatto questo effetto: l’arte è meraviglia, non perchè vi si trovino il bello o il buono, ma perchè consente di guardare in profondità. E chi molto ha vissuto lo sa fare bene. Quando è scatta l’ispirazione al dialogo con la nonna? Lei è sempre stata accompagnata alle inaugurazioni e alle fiere che ho curato, ma le dedicavo sempre poco tempo. Invece gli espositori mi dicevano che girava tra gli stand e diceva: «Sono la nonna di Alice, mi spieghi questa cosa». C’è un problema serio in noi che lavoriamo nell’arte contemporanea: non facciamo nulla per togliere ai visitatori la sensazione di disagio di fronte a qualcosa di sconosciuto. Spesso i testi sono incomprensibili e i critici autoreferenziali. Ma come può una persona normale entrare in una galleria sapendo che non sarà piacevole? Sono posti da evitare. Il nostro ruolo di critici e curatori è essere semplificatori: l’escatologia e l’ermeneutica ce le cuciamo addosso e la comprendiamo solo noi. Ma l’arte invece comunica col mondo, oltre le nostre arroganti competenze. C’è linfa in un’opera e bisogna consentire a chi la guarda di trovarla. Ho fatto mostre in cui tutti potenzialmente potevano diventare acquirenti, con prezzi accessibili, ma prima dovevano avere una grammatica di base e rompere il muro che esiste tra l’arte e noi. Anche nonna Zita a volte cede alla paura di non comprendere? Certo, ma bisogna fare uno sforzo: per entrare nella poetica di un artista ci vuole tempo. Di fronte a lui mi posso interrogare, riempiendo un vuoto di quanto non so, senza risposte univoche e definitive perchè l’arte vive di polisemia. Cosa ci manca? La curiosità. Siamo immersi nelle immagini e le guardiamo indifferenti. Serve l’abitudine alla contemplazione delle cose. Ci affascina un tramonto, ci parla la natura, possono stupirci anche le opere d’arte dell’uomo. Se fossi un mago mi piacerebbe creare un paio di occhiali che mettono a fuoco con l’anima. L’arte in fondo è una grande palestra per esercitare le emozioni. E’ quello che le ha suggerito la nonna? Il libro funziona perchè al di là della nostra storia, io e lei ci incontriamo senza pregiudizi per emozionarci insieme di fronte alla scoperta. Ha usato oggetti simbolici per dialogare con lei: il portabottiglie di Duchamp, i tagli di Fontana, la merda d’artista di Manzoni. Voleva stupirla? Volevo partire da un vissuto. Quando le ho fatto tagliare la tela come Lucio Fontana e mi ha detto «anche la mia è opera d’arte», era entusiasta. Aver capito che la dimensione del quadro non era solo larghezza e lunghezza, l’ha entusiasmata. Ho usato alcune categorie estetiche e gli oggetti come da una «cassetta di pronto soccorso». Con lei ho discusso del giudizio a proposito delle opere di Maurizio Cattelan, del valore sulle opere di Damien Hirst. Poi la nonna ha fatto un gesto rivoluzionario: il coccodrillo, giusto? Eravamo al mare, parlavamo degli oggetti che a seconda del posto dove li collochi cambiano di significato. Ha visto un coccodrillo gonfiabile e lo ha comprato: l’ha messo tra i pomodori nell’orto come spaventapasseri. Mi ha spiazzato. Aveva sbrigliato il suo pensiero tra ciò che si può e ciò che non si può fare. E’ vero che si parla già di un «metodo Zannoni» per insegnare l’arte contemporanea? Mi hanno chiesto se diventerà un manuale o un metodo... non lo so, di certo ha un grande impatto tra i non addetti ai lavori che sorridendo prendono terribilmente sul serio queste «lezioni». Mi hanno contattato musei e società perchè illustri le loro collezioni in modo semplice, si sta sviluppando un’esperienza molto interessante. •

Nicoletta Martelletto
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