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21 novembre 2018

Cultura

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09.09.2018

«LA SCRITTURA È LIBERAZIONE»

Marta Morazzoni, classe 1950 a lei il  Premio Campiello alla Carriera
Marta Morazzoni, classe 1950 a lei il Premio Campiello alla Carriera

Precisa, gentile, attenta al suono e ai colori delle parole, che sceglie con cura e raffinata tensione stilistica, Marta Morazzoni è una scrittrice che lavora ai margini della storia, raccogliendo piccoli indizi, silenziose interferenze, riflessi di segreti mondi interiori fra le cui pieghe s’innescano improvvisi, crepitanti fulgori. Per due volte nella cinquina finalista del Campiello – «L’invenzione della verità» (1988) e «Casa materna» (1992) - che ha poi vinto nel 1997 con «Il caso Courrier», quest’anno la Fondazione del Premio le ha assegnato il prestigioso riconoscimento alla carriera, che ritirerà a Venezia il 15 settembre. Milanese, classe 1950, laureata in filosofia a indirizzo antropologico con una tesi sugli eschimesi della Groenlandia e del Canada, ex insegnante, Marta Morazzoni inizia a scrivere negli anni Ottanta, quando mette nero su bianco alcuni delicati acquerelli narrativi ispirati a Mozart, Da Ponte e Vermeer. Ci pensa un po’ e alla fine decide d’inviarli al critico Piero Citati. La pubblicazione è immediata. «La ragazza col turbante» diventa un long seller tradotto in una decina di lingue. Fatta eccezione per «Casa materna» (1992) e «L’estuario» (1996), gran parte degli scritti della Morazzoni si muovono in contesti temporali che le consentono di creare trame narrative ricche d’intersezioni artistiche e sottili deviazioni temporali. Professoressa Morazzoni, il premio alla carriera della Fondazione Il Campiello è per lei un punto d’arrivo o di ripartenza? Un punto di continuità. Non ho una lunga carriera alle spalle, e la continuità è un po’ la cifra della mia scrittura, la linea lungo la quale attendo con pazienza gli stimoli che mi possono portare qualcosa di nuovo su cui riflettere e lavorare. Tutto ha inizio con tre racconti che lei affida nel 1985 al critico Piero Citati. Quali erano in quel momento le sue aspettative? Cercavo un giudizio esterno. Volevo capire come una persona, che io stimavo e stimo tantissimo, ma che non conoscevo, avrebbe valutato il mio lavoro. Un azzardo. Un salto nel buio che poteva anche rimanere senza risposta. Quando invece la risposta è arrivata con il suo carico di positività e disponibilità alla pubblicazione, devo dire che la sorpresa è stata grande. La più grande dell’intero percorso che mi ha portato fin qui. Il suo libro d’esordio, «La ragazza col turbante», ha avuto un immediato successo. Che cosa, secondo lei, ha colpito un così vasto pubblico di lettori? E’ difficile dirlo. Lo stile era piano, tranquillo, molto semplice. Credo che i lettori siano stati catturati dalla felicità del racconto. Un feedback raro e imprevisto che talvolta può scattare al di là di ogni previsione. Una decina di libri alle spalle, tanti premi, tanti riconoscimenti, ma anche il senso di una profonda inquietudine. La sua ricerca stilistica è infatti in continua evoluzione, alla ricerca di un’essenzialità che forse vorrebbe far rima con verità. E’ così? L’osservazione è giusta. E’ vero, ho iniziato sotto il segno della ridondanza. Gli aggettivi mi servivano a dare colore al racconto. Poi mi sono avvicinata alla letteratura del Nord Europa, in particolare agli autori degli anni Trenta. La loro essenzialità mi ha suggerito uno stile più sobrio e composto. Un tentativo. Una nuova strada. Non so se ci sono riuscita. Ma oggi è sicuramente questa la mia misura. Che cosa la spinge a scegliere i temi intorno ai quali sviluppa le sue storie? Il colpo d’occhio. A volte arrivano delle sollecitazioni forti, importanti, come nel caso de «La ragazza col turbante», e allora tutto scivola senza intoppi. Altre volte, e mi riferisco per esempio a «Una lezione di stile», la faccenda può rivelarsi più complicata del previsto. Ci sono momenti di grazia e momenti di grande fatica. «Il caso Courrier», ambientato nell’Alvernia d’inizi Novecento, è sicuramente il risultato di un momento di grazia, di liberazione, di fantasia. Lo stesso vale per «La nota segreta», dove la suggestione di una vicenda scritta da un altro narratore mi ha portato a una deviazione dalla storia vera per costruirne una tutta mia. Con quale stato d’animo affronta la pagina bianca? Sempre con una certa apprensione. Non ho una vena particolarmente fluida. Scrivo poche righe ogni giorno, e quelle poche righe mi pongono molti interrogativi sulla loro reale consistenza. Lei fa spesso riferimento a Proust, al suo mondo disseminato di riferimenti pittorici, musicali e letterari. Una fascinazione «solo» tematica o anche stilistica? Anche stilistica. Ho amato la «Recherche» soprattutto per com’è scritta, per il suo straordinario viluppo di fatti, elementi, considerazioni, emozioni, per la sua capacità di renderti partecipe di un intero universo. Il passato è un tema costante della sua narrativa. Forse perché la distanza temporale aiuta a comprendere meglio il presente? Sicuramente. Capire il presente non è facile. La riflessione sul passato permette un occhio più lucido, una capacità di analisi in grado di condurre a una sintesi più certa e vissuta. Accanto alla «Recherche», qual è il libro o l’autore che ha amato di più? Anton Cechov. Insieme a Proust, lo considero l’altro mio fondamentale punto di riferimento. Lo splendido romanzo della «Recherche» e i piccoli frammenti dei racconti di Cechov sono due realtà che, per quanto mi riguarda, si completano perfettamente. Fino a qualche anno fa lei ha insegnato in una scuola media superiore. Un’esperienza significativa nel suo percorso di scrittura? E’ stata un’esperienza bella e importante, che ho voluto mantenere fino allo scadere dei termini naturali della pensione. Insegnando storia e italiano avevo la possibilità di coltivare quotidianamente le stesse passioni che accompagnavano la mia attività letteraria. Una grande fortuna. Che cosa vede o vorrebbe vedere nel suo futuro? La possibilità di continuare. Senza paracadute. Senza alcuna certezza. Ma con l’energia sufficiente per provarci e riprovarci sempre. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Maurizia Veladiano
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