19 febbraio 2019

Cultura

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14.01.2019

La vita normale di un sopravvissuto all’Olocausto

Chi ha letto con grande interesse «Keyla la rossa» di Isaac Bashevis Singer (1904-1991), premio Nobel per la letteratura nel 1978, proverà identico coinvolgimento per «Nemici - Una storia d’amore» (Adelphi, pp. 257, 18 euro, traduzione di Marina Morpurgo), dove l’autore sembra contraddire il suo pensiero, attribuendo una personalità opposta al personaggio del suo nuovo romanzo Herman Broder, rispetto a quanto aveva sostenuto anni prima nel corso di un’intervista. A chi gli chiedeva dell’importanza che aveva avuto l’amore nella sua vita, Singer rispose: «Grandissima, perché l’amore è amore della vita. Quando ami una donna, ami la vita che è in lei». Vien fatto allora subito di chiedersi che amore dunque è quello che lega Herman, il protagonista del romanzo, a tre donne contemporaneamente? Qualcuno ha scritto che potrebbe essere la trama perfetta per una commedia comica, se non fosse che i protagonisti sono ulcerati da traumi che hanno spezzato tutti i sopravvissuti dall’Olocausto. Herman Broder ne è l’addolorato esempio. È un uomo spezzato dai ricordi, tanto che sembra essere rimasto con la mente nel fienile della moglie e salvatrice Jadwiga durante la guerra; i ricordi lo martirizzano come se i nazisti stazionassero ancora sulla sua porta di casa. Conduce una vita quasi surreale, abbandonandosi a relazioni amorose che navigano sulla continua menzogna, incolpando quel Dio che abbandona tutti, soprattutto gli ebrei. Se la moglie Jadwiga salvatrice vive da autoreclusa, l’amante Masha non è disposta a vivere nell’ombra e tutto si complica ancor più quando ricompare la moglie Tamara, creduta morta. «Adesso era bigamo e per di più aveva un’amante. Se lo avessero scoperto, avrebbero potuto arrestarlo e rispedirlo in Polonia. Devo consultare un avvocato. Devo farlo subito. Ma come poteva spiegare una situazione del genere? Gli avvocati americani avevano soluzioni semplici per qualunque problema. Quale delle due amate? Divorziate dall’altra. Mettete fine alla tresca. Trovatevi un lavoro. Andate da uno psicoanalista. Herman immaginò il giudice con l’indice puntato contro di lui, nell’atto di leggere la sentenza: “Voi avete abusato dell’ospitalità americana”». La vita di Herman è paradossale, un groviglio di scelte sbagliate che sarebbero comiche se non fossero tragiche. Si comporta come un affamato che s’ingozza di cibo per paura di morire di fame. Forse questo nevrotico protagonista cerca un surplus d’amore (tre donne da gestire non sono fatica da poco), per sconfiggere la solitudine e la sua sindrome d’abbandono. Il complicato romanzo è, in sintesi, un’intelligente analisi introspettiva, un susseguirsi di riflessioni anche se non legate al plot narrativo in senso stretto. Protagonista, oltre ad Herman con le sue finzioni e i suoi tormenti, è anche la religione, usi, tradizioni e controsensi del mondo ebraico, oltre a lati oscuri poco noti. Un romanzo che si presta a varie chiavi di lettura, espresso in uno stile narrativo originale, come originale è l’autore. Fascino e sofferenza si abbracciano stretti in questo romanzo tradotto anche in un celebre film, per la regia di Paul Mazursky 1989. Adelphi sta curando l’opera omnia dell’autore. •

Grazia Giordani
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