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martedì, 17 ottobre 2017

Maggi, il «giallo»
cinematografico
è il suo mestiere

Fulvio Romoli, professore 41enne di scuola media, si presenta in aula con la barba incolta, il viso sbattuto e un’aria stranita. Non passa inosservato, infatti la notte prima, per puro caso, in un locale si è preso una sbronza con il bidello Mauro Rosso, barbaramente assassinato al suo rientro a casa.

Ora il docente è il sospettato numero uno, deve giustificarsi alla polizia con un alibi forte, che può convincere solo a patto di ricostruire un puzzle di antefatti.

Ciak, azione. E’ cinematografica l’atmosfera del giallo «Niente tranne il nome» di Andrea Maggi, edito da Garzanti (pp. 248, 16,90 euro), con l’ingranaggio che scatta da una vecchia foto di scuola, posseduta dal bidello e rubata insieme al suo cellulare dall’assassinio: immagine indispensabile per sapere le relazioni intrattenute dalla vittima.

Mentre il professore è sempre più protagonista ed assume i panni del detective collaborando col commissario D’Avanzo, aumentano gli indiziati: uno si protegge con un avvocato sornione, un altro fa indagini autonome esponendosi al pericolo.

Ancor più difficile è capire il ruolo di due ragazzine, alunne di Romoli, che hanno a che fare con la tragedia; ma per entrare nel loro mondo di adolescenti, bisogna adeguare il codice di comunicazione.

La vicenda misteriosa che si nasconde tra le aule di una scuola friulana, con figure prive di tratti eccezionali ma appartenenti alla quotidianità, è verosimile, anche se l’autore sottolinea che è tutta opera di fantasia.

Entra invece nella letteratura di genere la tecnica di scrittura: incisiva e incalzante, ricca di particolari che emergono al momento giusto e di colpi di scena.

Non è un romanzo-fiume all’americana ma un giallo che va all’essenza dei motivi psicologici, ricordando in parte i meccanismi narrativi del compianto Giorgio Faletti.

Sciogliere l’intricata matassa è quasi impossibile; nel finale lo fa il commissario spiegandola con logica cristallina.

Andrea Maggi è al suo terzo giallo per Garzanti, dopo «Morte all’Acropoli» e «Il sigillo di Polidoro»: di mestiere fa l’insegnante di lettere a Pordenone, ma si è fatto conoscere soprattutto per il docu-reality televisivo «Il Collegio», andato in onda su Rai 2 con un tale successo da riproporsi, nella seconda edizione, da domani 26 settembre in quattro puntate.

L’autore ci svela qualche curiosità letteraria: «Il settimo piano della questura è un simbolo, ossia il settimo cielo del sistema tolemaico, quello degli spiriti contemplanti nella Divina Commedia. Ho pensato ad una storia di smarrimento, morte e resurrezione, narrata attraverso le vicende intrecciate di più personaggi».

L’alto significato che Maggi attribuisce alla Giustizia è racchiuso nella descrizione di un’aquila, evocata dal protagonista come suo nume tutelare e palese allegoria di memoria non solo dantesca ma anche antico-romana: «L’aquila gigantesca volteggiava ancora, là fuori, elegante e maestosa.

«Fulvio pregò che il rapace divino lo issasse sul suo dorso e lo trasportasse lontano da lì», prosegue la descrizione. «Una volta libratisi in cielo, lo avrebbe implorato affinché gli facesse valicare i confini del mondo».