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16 ottobre 2018

Cultura

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19.12.2017

McGrath, teatro e tragedia nella Londra del dopoguerra

Francesca Mazzola Teatro, vita, morte, intrecciati nella vicenda umana di Joan Grice. È questa donna sempre seria e di una bellezza altera, che conosciamo appena rimasta vedova del famoso attore Charlie Grice, la protagonista de «La guardarobiera», ultimo romanzo di Patrick McGrath (La nave di Teseo, pp. 326, 19 euro). Chi si aspetta un thriller gotico, genere per il quale lo scrittore inglese è diventato famoso in particolare con il suo «Follia» del 1998, dovrà subito ricredersi. Joan combatte sì con il fantasma del marito Gricey - come tutti nell’ambiente del teatro londinese del 1947 lo chiamavano - e con il sospetto che si sia reincarnato nel suo sostituto sulle tavole del palcoscenico Frank, ma percorre anche un delicato processo che la porta alla scoperta di un Gricey che non aveva mai conosciuto, ritrovandosi all’improvviso non più disperata ma dominata dalla rabbia. Lei, ebrea, a capo della sartoria teatrale, trova nel guardaroba del marito, sotto il risvolto di una giacca, una spilletta simbolo di fedeltà al nazismo. E la memoria di Gricey ne esce stravolta, come travolto è l’intero matrimonio, il cui unico senso rimane la figlia Vera, anche lei come il padre destinata a diventare stella dello spettacolo, anticonformista e nevrotica figura sposata con un produttore. Sarà proprio in casa della figlia, tra Julius e la misteriosa sorella Gustl, che Joan scoprirà che l’ombra del fascismo non ha ancora abbandonato Londra e troverà un calmante per la sua rabbia collaborando con The 43 Group, ebrei ed ex soldati che in quell’inverno postbellico combattevano la diffusione delle camicie nere di Mosley. Il romanzo illumina a tratti anche il fragile attore Frank. E non mancano pagine intense e tragiche, fra tutti i dialoghi tra Joan e Gricey fantasma intrappolato nel guardaroba di casa, in un crescendo di emozioni che porterà Joan a scegliere l’azione irrimediabile in un finale tentativo di riscatto. Come nella miglior tradizione tragica. Sipario. •

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