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23 settembre 2018

Cultura

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26.02.2018

Profughi e Stato liberale: se la terra è un diritto negato

Chi ha diritto di asilo e chi no? È giusto rimpatriare? Sono le questioni infuocate della campagna elettorale del 2018, attorno a cui dibattono i partiti. Donatella Di Cesare dà uno sguardo filosofico a queste domande nel libro «Stranieri residenti. Una filosofia della migrazione» (Bollati Boringhieri, pp. 280, 19 euro). Un libro che tra premesse e conclusioni passa attraverso passaggi logici delicati e a dir poco spinosi, qualche volta, anche opinabili, almeno, si può immaginare, per qualche lettore. L’autrice, docente di filosofia teoretica alla Sapienza di Roma, parte dai gommoni naufragati nel Mediterraneo, dai fili spinati della rotta balcanica, dagli slogan «Ognuno a casa propria!». Quali sono i presupposti filosofici che giustificano la paura verso il migrante e, dal punto di vista amministrativo, una selezione tra chi ha diritto e chi no a entrare su un territorio? Innanzitutto la convinzione che valori fondamentali della democrazia siano l’autodeterminazione di ogni popolo, l’omogeneità e integrità culturale della nazione e la proprietà del territorio. Secondo Di Cesare, ciò ripropone un razzismo implicito: solo chi si trova al di qua delle frontiere, al loro interno, può godere dei diritti umani. Questo modello sostanzia la democrazia liberale ed è presente nei pensatori che l’hanno costituito. Lo studioso americano Michael Walzer negli anni ’80 sosteneva che solo chi dimostra una certa affinità con la popolazione ospitante può essere integrato, ma il diverso dev’essere respinto perché, in quanto non assimilabile, rischierebbe l’isolamento e la marginalizzazione. A questa idea viene contrapposta invece la critica di Habermas: «La cittadinanza politica può e deve essere sganciata dall’identità nazionale cioè dall’assegnazione della nascita, dalle leggi del sangue e del suolo». Le radici del sospetto verso il migrante si possono trovare anche nel pensatore Cristopher H. Wellman: «Come ogni persona può decidere chi sposare (e se sposarsi), così un gruppo di connazionali può decidere chi accogliere nella propria comunità politica (e se accogliere)». Di qui, spiega Di Cesare, l’idea che l’aiuto sia sufficiente quando rimanga assistenza umanitaria nei luoghi di origine dei migranti (aiutarli in casa propria, per così dire). Anche nel caso di Wellman i cittadini hanno il diritto di escludere i nuovi arrivati perché liberi di «scegliere con chi coabitare». Il presupposto è che ogni popolo possiede la terra in cui abita e su cui lo Stato è sovrano. Si tratterebbe dunque di una proprietà, autorizzata da un accordo giuridico, non necessariamente dalla violenza, ma pur sempre da una convenzione. Sostiene invece l’autrice che «La terra non è di nessuno»: non c’è alcun vincolo necessario e tantomeno naturale che leghi un popolo a un territorio. È questa la proposta filosofica del libro, che presenta come unico vincolo morale, anteriore a ogni contratto politico e sociale, la responsabilità verso la fragilità del diverso e dell’altro. «La libertà di movimento» è dunque per Di Cesare un diritto più fondamentale di tutti gli altri diritti umani, tradito proprio da quelle democrazie che fanno della libertà individuale il loro vessillo. Un diritto da estendere non solo a chi cerca protezione da persecuzioni politiche, razziali o religiose, ma anche a chi fugge da «guerre violenza e fame». •

Andrea Lugoboni
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