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22 ottobre 2017

Cultura

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02.09.2017

L’esordio di Elio Uberti
esuberante e originale

«Omaggio a Salvador Dalì», smalti e molature su acciaio (2012)
«Omaggio a Salvador Dalì», smalti e molature su acciaio (2012)

Per rappresentare la supremazia dell'uomo sulla natura, che sa solo creare sfere e cerchi, Kasimir Malevič dipinse nel 1915, per la mostra 0.10 a San Pietroburgo, un quadrato nero su sfondo bianco, perché esso, nella sua semplicità formale, dimostrava che solo l'uomo dominava le misure di angoli e segmenti. In arte si pensò di essere giunti al massimo dell'astrazione, ma la natura, che si prende sempre gioco dell'uomo e vuole farci credere che il suo mondo sia dominato dall'irregolarità, dimostrò poi che essa non si sviluppa mai tramite la gelida geometria, ma si muove attraverso sistemi dinamici detti frattali, nei quali riproduce parti di se stessa a scale differenti.

Nell'ambito fisico-matematico tali ricerche, aiutate dallo sviluppo delle geometrie non euclidee e condotte dal matematico Benoît Mandelbrot, hanno portato alla formazione, nel 1975, del concetto di frattale, dimostrando che la ripetizione, con varianti solo accidentali della stessa struttura, in natura è in grado di generare microcosmi e macrocosmi e sistemi visibili e invisibili. Nell'ambito artistico si annullò, da allora, il limite tra realismo e astrattismo, si riscoprì il valore del modulo, delle variazioni insite nella decorazione e il senso interno delle opere, come si evince dagli ultimi lavori del bresciano Elio Uberti nella sua prima personale all'Aab, che inaugura oggi alle 18.

La mostra, promossa dall'Associazione Amici dell'Aab e curata da Giovanna Galli, è un esordio tardivo dell'artista (classe 1952), ma l'esuberanza dei materiali utilizzati (metalli, pietra, plastica, legno e tessuti) e la curiosità delle specificità tecniche, in particolare l'uso dell'acciaio, manifestano una tensione irrefrenabile e un approccio emotivo alla sperimentazione continua, accompagnata da un'elevata manualità artigianale. Ed è questa sapienza antica del fare, lontana dalle macchine e legata all'osservazione della materia, ciò che accompagna il lavoro dell'artista, che traduce il freddo e riflettente acciaio in membrana luminescente e fantasmagorica, che accoglie frammenti di vita destinati alla discarica come pezzi di bottiglie o plastica colorata pressata, che diviene velatura di luce ulteriore.

DI OGNI MATERIA, come acciaio, foglie, semi, bande di tessuti dalle trame perforate e smalti, Uberti analizza le distinte vibrazioni luministiche riflettenti, indaga sulle loro specificità segniche e sugli accostamenti cromatici possibili, fino ad assemblarli in sistemi compositivi dinamici di luce vibrante, che rimandano all'energia pulsante della natura. Un gioco di colori, riflessi e trasparenze, scorre in ogni opera come flusso di vitalità organica, ricopre e riflette una natura troppo complessa da raccontare, perché ogni elemento formale è ormai giunto ad una dimensione ideale e irreale, ad una geometria frattale nella quale si respira un'atmosfera attonita di sogno ad occhi aperti.

Elio Uberti: «Acciai»; Brescia, Aab (vicolo delle Stelle 4); fino al 20 settembre.

Giampietro Guiotto
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