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23 novembre 2017

Cultura

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14.10.2017

Metafisico Perrini
tra erbari esistenziali
e pennellate d’universo

A un anno dalla scomparsa dell’artista bresciano Agostino Perrini, palazzo Martinengo apre le sue sale per accogliere un centinaio di sue opere - olii, acquarelli, incisioni, tecniche miste e inserti vegetali su carta -, che raccontano l’impeto irrefrenabile dell’artista alla vita. La mostra, la prima visibile a Brescia dopo la sua morte, vuole far riemergere l’energia e il vitalismo dell’artista, misteriosamente depositate in ogni opera e far assaporare la silenziosa poesia visiva e filosofica dell’esperienza, rintracciando infine i momenti creativi delle sua ricerca segnica.

Nell'insieme le cento opere appaiono frammenti del grande disegno della sua vita, perché in ognuna delle carte c’è un palpitare continuo di stati d’animo, sgomenti, abbandoni, accensioni e spegnimenti luminosi, domande e dubbi, perpetuamente sottolineati da singole parole, che, come titoli, invitano a una narrazione allusiva, ma sempre precaria. Due o tre parole, o meglio «Parole strofinate», indicano la volontà e la leggerezza dell'artista di voler superare la soglia della razionalità e penetrare nei luoghi del pensiero inesplorato, nel quale liberare i significati e abbandonarli nel vuoto della mente e nel pallore del foglio da disegno.

Sono queste poche parole, dal significato criptico, manifestazioni delle ultime tracce che l’artista imprime negli sfondi pallidi, dalla parvenza di nebbie impalpabili. In altre opere, invece, altre tracce sono costituite da elementi vegetali, anneriti da bagliori di fuoco, prima della trasformazione in cenere.

Le grandi carte astratte, a volte nella loro valenza di sfondi di luce nebulosa o rarefatta, altre abbacinante e vulcanica, sembrano alludere all’immensità dell’universo, nel quale le stesure pittoriche sono solo superfici, mentre i segni-disegni sono resti o scie di azione dell’artista.

Se questo universo visivo è il luogo-emblema dei limiti della condizione umana, del vuoto metafisico e del nulla esistenziale, tuttavia l’artista sembra rinvenire di tanto in tanto forme, che producono una sorta di incantesimo, forme che concretizzano incontri rivelatori, epifanie e smemoramenti, disseminati tra rami spinosi, residui vegetali e fiori rinsecchiti. Durante il naufragio interiore, Perrini raccoglie tracce di questa natura desolata, fino a crearsi un erbario di pittura, che raccoglie, tra le sue pagine, residui o parvenze di forme.

Ogni opera, o pagina d'erbario, custodisce gelosamente i principi generali che soggiacciono all’energia vitale del cosmo, decanta l'alternarsi dei momenti d'incanto o di disincanto, che hanno accompagnato la ricerca dell'artista, perché alla pienezza del rapporto simbolico e organico con il cosmo è ora succeduta la condizione di spaesamento e di frammentazione di un universo franante. Lo suggeriscono titoli nei quali si osservano «reliquie di terra», «Erbe perse» ed «Erbari di secche e fondali», nei quali si rincorrono, «Come fantasmi», le «Nove lucciole prigioniere». Strati di colore e parole concorrono a una visione che fornisce, come nel correlativo oggettivo in poesia, il mezzo per avvicinarsi al contenuto.

Al pari degli «ossi di seppia» di Eugenio Montale, i quali possono galleggiare felicemente nel mare, simbolo della felicità naturale, oppure essere sbattuti sulla spiaggia come inutili relitti, i segni di Perrini sono resti di un naufragio naturale e umano, ma il loro adagiarsi sulle grandi pagine della sua pittura è precario come quello di una piuma, che attende il vento per scomparire.

Agostino Perrini «Exsiccata»; Brescia, Palazzo Martinengo (Via Musei, 32); fino al 29 ottobre.

Giampietro Guiotto
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