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13 dicembre 2017

Cultura

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10.06.2017

Vidaletti nel mondo che cambia
I migranti e la nostra identità

Una delle opere in mostra
Una delle opere in mostra

«Siamo tutti esseri che cercano di essere felici». E poco importa se dietro a quei sorrisi caldi e pieni di vita si celino in realtà esperienze al limite, perché al capolinea dell’estenuante viaggio alla ricerca di una nuova terra e un nuovo futuro i volti tornano a splendere di luce, speranza e bellezza. L’orizzonte si squarcia e il «nuovo cielo» di Ilaria Vidaletti sortisce effetto terapeutico: cura le ferite generate dalla separazione, esorcizza le profondità del mare e della notte, aiuta a dimenticare il rumore delle armi dei soldati in Libia, le insidie di una traversata infinita a bordo di uno scafo sbrindellato.

NEGLI OCCHI dei migranti il terrore si trasforma in beatitudine, regala dignità e sfumature epiche come fossero antichi eroi del Mediterraneo: merito dei poetici scatti in bianco nero di Ilaria Vidaletti, fotografa bresciana già premiata qualche settimana fa dal Parlamento Europeo, raccolti nel suo ultimo reportage esposto fino al 30 luglio allo Spazio Asimmetrie, in città, nell’ambito della mostra collettiva intitolata «Lampedusa».

Realizzato in collaborazione con il centro d’accoglienza di immigrati e richiedenti asilo Istituto San Riccardo Pampuri di Brescia, questo progetto si esprime attraverso una progressiva rivelazione dell’identità dei migranti in arrivo appunto da Lampedusa e del loro percorso d'integrazione in una nuova terra da abitare.

«HO VISSUTO con i migranti per alcuni giorni e a fine giornata lasciavo che la macchina fotografica scattasse liberamente, raccontando quello che avevamo provato condividendo le ore insieme» osserva la fotografa. «Non volevo lavorare sull’indagine etica, politica o morale ma semplicemente testimoniare che il loro il mondo cambierà, le persone che incontreranno lo faranno cambiare e di questo cambiamento faremo parte tutti, come un’unica entità. Che ci piaccia o meno. È un dovere prenderne parte attivamente: è l’evoluzione. E l’arte è un potente antidolorifico: spero che questa mostra possa contribuire ad alleviare le sofferenze e le paure e possa riaccendere la speranza di potersi conoscere, apprezzare, di poter vivere insieme in pace».

Elia Zupelli
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