17 febbraio 2019

Cultura

Chiudi

18.01.2019

PARIGI, LA PACE SBAGLIATA

Parigi 1919. Da sin.: Lloyd George, Vittorio Emanuele Orlando, Georges Clemenceau, Woodrow Wilson
Parigi 1919. Da sin.: Lloyd George, Vittorio Emanuele Orlando, Georges Clemenceau, Woodrow Wilson

Giudicare un evento storico pensando che i suoi attori conoscessero già le conseguenze delle loro azioni e godessero della visuale privilegiata che solo lo scorrere del tempo può offrire è uno degli errori più frequenti e diffusi in cui può incorrere chi ragiona sul passato, non ultimi gli storici. Tra gli oggetti privilegiati di questo inganno prospettico spicca senza dubbio la conferenza di pace apertasi a Parigi il 18 gennaio di cent’anni fa. Troppo spesso infatti, quando si giudicano le decisioni prese nel tracciare i nuovi confini dell’Europa e nel determinare l’indennizzo da imporre ai vinti, si tende a dimenticare o sottovalutare tutta una serie di elementi: l’impatto devastante esercitato da quella guerra senza precedenti sulla società e sull’economia di tutte le nazioni belligeranti, impatto aggravato dall’epidemia di «spagnola» che aggiunse decine di milioni di morti a quelli caduti sui campi di battaglia; il timore per il contagio rivoluzionario che si stava diffondendo dalla Russia bolscevica (tra la fine del ’18 e il ’19 gli spartachisti a Berlino, la Repubblica dei Consigli in Baviera, i Soviet in Ungheria) e l’urgenza di provare a contenerlo con un «cordone sanitario»; la volontà di schiacciare il revanscismo tedesco e di estirpare alla radice la vocazione militarista di una nazione che a tutti gli effetti, aveva fornito insieme al suo satellite austroungarico il principale innesco del conflitto. Sulle macerie di un’Europa dissanguata, a farla da padrone erano dunque la paura di una nuova guerra insieme a quella dei «rossi» e dei mai domi tedeschi, la volontà di punire quest’ultimi come unici responsabili della guerra, la fame di nuove sfere d’influenza, il tutto unito a un elemento di novità rispetto alle prassi della diplomazia d’anteguerra. La conferenza di Parigi sanciva infatti, dopo il contributo militare ed economico fornito a partire dal 1917, l’effettiva entrata in scena degli Stati Uniti come grande potenza mondiale nella persona del presidente Wilson e dei suoi «quattordici punti», una sorta di regola aurea pensata per costruire un futuro di pace fondato sul diritto di autodeterminazione dei popoli eleggendo a luogo per la composizione delle vertenze tra gli stati la Società delle Nazioni nata il 28 giugno 1919. Questa miscela di paure, desideri di rivalsa e appetiti espansionistici, incrociandosi con l’ingenuo progetto di ridefinire con positivistica acribia i confini di territori segnati da secolari commistioni di popoli, rischiava, pur nella convinzione di star operando per il meglio, di produrre un mostro gravido di conseguenze nefaste, e così fu. Per quanto ispirata a ideali di giustizia e libertà, l’applicazione dei quattordici punti di Wilson impattò infatti con la pervicace volontà di escludere i vinti dalla conferenza di pace. I nuovi confini di un’Europa che aveva visto la scomparsa di quattro imperi - tedesco, austroungarico, ottomano e russo - e la nascita, o rinascita, di nazioni come Cecoslovacchia, Jugoslavia e Polonia, venivano così tracciati ispirandosi al principio dell’autodeterminazione dei popoli, ma non di quelli sconfitti. In questo modo si finì puntualmente per generare i prodromi degli irredentismi che avrebbero agitato il continente nei decenni successivi continuando ad alimentare pericolose rivendicazioni, da Danzica ai Sudeti. Oltre alle colonie, la Germania perse il 13% del territorio e il 10% della popolazione, il 15% della superficie coltivata, il 75% dei giacimenti di ferro e il 25% di quelli di carbone. L’Ungheria passava da 19 a 7 milioni di abitanti rimanendo con un terzo del territorio, mentre l’Austria veniva ridotta alla sua componente di lingua tedesca. In questo quadro anche uno dei vincitori, l’Italia, si trovava nella complessa condizione di pretendere, in deroga ai principi di Wilson, i confini promessi nel 1915 con il trattato di Londra nonostante includessero forti nuclei tedeschi e slavi. Allo stesso tempo, richiamandosi ai medesimi principi ed evocando la «vittoria mutilata», si reclamava la sovranità su una città a fortissima impronta italiana, Fiume, non citata però negli accordi che avevano regolato l’entrata in guerra a fianco dell’Intesa. Complementare all’insieme dei trattati che avrebbero ridisegnato l’Europa c’era poi una risoluzione che, se in tempo reale appariva ispirata a una logica ferrea, in prospettiva avrebbe prodotto danni devastanti: impedire alla Germania di risorgere come potenza e sanzionare la sua responsabilità nella genesi del conflitto stabilendo di imporre un risarcimento dei danni di guerra quantificato nella colossale cifra di 132 miliardi di marchi-oro. A nulla valse che i nuovi governanti tedeschi rivendicassero una discontinuità tra la repubblica di Weimar e le responsabilità del Kaiser, così come restò inascoltata la voce dell’economista John Maynard Keynes che esortava a modulare l’indennizzo sull’effettiva forza economica dei tedeschi - non oltre i due miliardi era la sua stima - osservando come «una politica che riducesse la Germania in servitù per una generazione, o che degradasse milioni di esseri umani, o che privasse di gioia un intero popolo, sarebbe da rifuggire e con paura anche se attuabile». Il carico insostenibile di quel debito sommato a una difficile congiuntura internazionale finì puntualmente per sprofondare la Germania in una gravissima crisi economica segnata da incredibili picchi inflattivi (nel 1923 un chilo di patate costava 90 miliardi di marchi) e per assestare un colpo fatale alla giovane e fragile democrazia. Miseria, umiliazione, desiderio di rivalsa: l’uovo del serpente era pronto per dischiudersi. Venticinque anni dopo, tra le rovine di un’altra ben più terribile guerra mondiale, lo stesso errore non si sarebbe ripetuto e, complice anche la competizione tra blocco atlantico e comunista, i vinti, anziché subire la meritata rappresaglia per l’apocalisse che avevano scatenato, vennero aiutati a intraprendere un percorso di ricostruzione che, ad ovest della cortina di ferro, si tradusse anche in crescita economica e democratica. Una volta tanto la storia non aveva impartito invano la sua lezione. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Stefano Biguzzi
Commenta

Partecipa. Inviaci i tuoi commenti

Attenzione: L'intervento non verrà pubblicato fino a quando il moderatore non lo avrà letto ed approvato. I commenti ritenuti inadatti o offensivi non saranno pubblicati.

Informativa privacy: L’invio di un commento può comportare il trattamento di dati personali: per maggiori informazioni sulle modalità di trattamento e l’esercizio dei diritti consultare le nostre Informazioni sulla Privacy e l’informativa estesa sui cookie presenti in calce al sito web.

pagine 1 di 1

Sondaggio

Dopo gli attentati dei terroristi islamici a Parigi, quali misure andrebbero adottate dall'Italia?
ok