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18 dicembre 2017

Cultura

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07.10.2017

COSA RESTA DEL CHE
GUEVARA

Ernesto «Che» Guevara nella celebre fotografia scattata da Albert Korda a L’Avana nel 1960
Ernesto «Che» Guevara nella celebre fotografia scattata da Albert Korda a L’Avana nel 1960

«El Che y Camilo, Camilo y el Che». Ai bambini cubani delle scuole elementari lo ripetono come un ritornello, nei discorsi delle maestre il primo giorno di scuola. Sono sempre loro, il guerrillero heroico e il señor de la vanguardia, gli esempi da seguire, il modello per le nuove generazioni secondo il format confezionato dalla propaganda della Revoluciòn per non disperdere un ricordo che ormai si fa sempre più incerto.

CHE GUEVARA è morto 50 anni fa, tranne che a Cuba il mondo è cambiato, lui non è più un modello per rivoluzionari di cui si sono perse le tracce ma resta l’icona di riferimento per nostalgie di sinistra e per coloro che ancora sognano o rimpiangono una vita da ribelli contro gli oppressori, i corrotti, contro le ingiustizie e per un mondo migliore. Il simbolo delle grandi speranze e delle grandi illusioni, il monumento al desiderio vagheggiato dagli idealisti senza coraggio: morire per quello in cui si crede. E lui è morto giovane e combattendo, a 39 anni, come giovani muoiono sempre gli eroi fin dal tempo dei miti antichi.

Anche Camilo Cienfuegos, l’uomo di fiducia di Fidel Castro, era morto giovane, ancora di più e ancora prima: a 27 anni, nel 1959, in un misterioso incidente aereo sopra il mare di Cuba.

MA CAMILO lo ricordano solo a Cuba, dove gli sono intitolati scuole, strade e aeroporti, mentre molti turisti si chiedono a chi appartenga quel faccione barbuto sotto un cappellaccio da cow-boy che campeggia in Plaza de la Revoluciòn a L’Avana accanto al celebre profilo di ferro battuto del Che. Perché invece il Che è uno dei volti più famosi del mondo, forse il più famoso, e ora che si ricordano i 50 anni dalla sua morte si moltiplicano e si moltiplicheranno articoli, libri, riedizioni di libri, almanacchi e documentari. Perché?

Perché Ernesto Guevara de la Serna, medico argentino diventato rivoluzionario per combattere le ingiustizie incrociate attraversando l’America Latina in motocicletta con l’amico Alberto Granado, è ancora così celebre e celebrato? Com’è possibile che siano bastati una manciata di anni – e nemmeno di grandi successi - a farlo passare alla storia?

MOLTI ATTRIBUISCONO il mito e la gloria postuma del Che alla fotografia che gli scattò nel 1960 Albert Korda e che Giangiacomo Feltrinelli portò da Cuba sette anni più tardi, proprio alla vigilia della morte di Guevara in Bolivia. Il basco con la stella, i capelli lunghi, lo sguardo intenso: è l’immagine che ancora oggi domina il merchandising in tutto il mondo, dalle magliette ai poster, dai portachiavi alle tazze alle spille. Probabilmente è vero: con quell’immagine Ernesto Guevara non è più – non è solo – il militante che si unì a Fidel Castro in Messico, sbarcò a Cuba sul Granma e condivise con quel gruppo di rivoluzionari la resistenza sulla Sierra Maestra e poi l’impresa vittoriosa. E non è nemmeno il Guevara del tempo di quella fotografia, ormai diventato presidente della Banca centrale di Cuba e poi ministro dell’Industria e dell’Economia dopo aver guidato per mesi i processi sommari e le esecuzioni dei vertici dello Stato e delle forze armate fedeli al regime di Batista.

IN QUELL’IMMAGINE è semplicemente il Che, l’archetipo del martire giovane in nome di ideali che non muoiono mai. Bello, misterioso, affascinante come nessun rivoluzionario era mai stato prima. Almeno da quando una foto ha potuto fare la differenza. È, in fondo, l’immagine perfetta calata in un’epoca che aspettava un simbolo, un’icona: la fine degli anni Sessanta, altri ribelli – i giovani – che aprivano un gigantesco conflitto generazionale e reclamavano il loro posto nel mondo, anche mettendolo di fronte al senso di ingiustizia per il destino di popoli immolato sull’altare delle ideologie, di emarginati condannati alle prevaricazioni.

QUELLA FOTO del Che martire giovane e bello, apparsa sulla scena solo dopo la sua morte, diventava un passaporto identitario, un certificato per riconoscersi da una stessa parte, un segnale di riscatto, nello stesso momento in cui la sua parabola esistenziale veniva identificata come quella di uno sconfitto nel più dignitoso – o addirittura eroico - dei modi: per difendere la sua storia. Il suo abito non era quello di vincitore della Revoluciòn, e tantomeno di gestore dell’economia cubana secondo la rigida ortodossia sovietica. Addio Fidel e addio Cuba: il Che era andato a morire dal guerrigliero e rivoluzionario, con pochi e contro tutti. La scrisse nella lettera con cui si congedava dal lìder maximo, oggi scolpita sulle pietre del mausoleo di Santa Clara: è il suo testamento spirituale.

Quando il mondo è cambiato e sono svanite le illusioni, il Che è rimasto. Solo con quella fotografia. C’è chi la considera un patetico residuato abilmente sfruttato dal marketing, un cimelio pop replicato e inflazionato come una Marylin di Warhol e svuotato di ogni significato. O paccottiglia da turisti sognatori fuori tempo massimo, mojito sul tavolo e sullo sfondo le languide note della canzone del Che, il querido comandante. Ma forse non è così. La juventud rebelde, come dicono a Cuba, la gioventù ribelle esisterà sempre, forse anche solo come declinazione un po’ ingenua di quelle pulsioni e di quei sentimenti che accompagnano i ragazzi verso l’avventura della vita. Ed è per questo che esisterà sempre, almeno per loro, quell’immagine del Che, il guerrillero heroico.

Bonifacio Pignatti
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