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22 gennaio 2018

Cultura

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21.11.2017

DISABILITÀ
IN VIAGGIO
CON GEORGE

La scrittrice Simonetta Agnello Hornby, 71anni FOTO DI DARIO CANOVALa copertina del libro
La scrittrice Simonetta Agnello Hornby, 71anni FOTO DI DARIO CANOVALa copertina del libro

Un dialogo tra madre e figlio che diventa narrazione e, con naturalezza, riscoperta delle proprie radici sulle tracce di una famiglia in cui la disabilità era accettata come componente naturale dell’esistenza di tutti i giorni. Questo è «Nessuno può volare» (Feltrinelli, pp. 220, 16,50 euro), il romanzo autobiografico scritto da Simonetta Agnello Hornby.

Palermitana naturalizzata britannica, 71 anni, già avvocato con specializzazione in diritto di famiglia e docente di discipline giuridiche all’università di Leicester, l’autrice ha esordito nella narrativa quindici anni fa con «La Mennulara». Da allora ha pubblicato romanzi di successo (tra tutti «La monaca», nel 2010, e «Caffè amaro» nel 2016) alternandoli a libri di cucina e guide turistico-narrative.

Con «Nessuno può volare» affronta i temi della malattia e della disabilità, in dialogo col figlio George («Giorgio» nella versione più affettuosa e familiare) costretto su una carrozzina da sedici anni a causa della sclerosi multipla.

Simonetta Agnello Hornby ci porta con sé in un viaggio dalla Sicilia fino a raggiungere i parchi di Londra, attraverso le bellezze artistiche dell'Italia.

Un viaggio che è anche - soprattutto - un volo al di sopra di pregiudizi e luoghi comuni, per consegnarci, insieme a molte storie toccanti, uno sguardo nuovo. Più libero e anche più immediato.

Ha scelto di raccontare al pubblico una patologia degenerativa. Il tema è delicato: com’è nato «passo a due» con George?

È stato naturale, come accade tra una mamma e un figlio che si vogliono bene. Il mio Giorgio fatica a lavorare alla tastiera e scrive sotto dettatura, ma nonostante le difficoltà non ha perso neanche una briciola del suo umorismo «british».

Così ci sembrava doveroso far conoscere tanta vitalità. Abbiamo solo seguito delle regole per rendere il prodotto finale più interessante.

Quali regole?

Io scrivevo e giravo i miei testi a Giorgio. Lui avrebbe risposto, ma io non avrei dovuto vedere nulla della sua produzione, in modo da evitare contaminazioni nel prosieguo del lavoro. Poi l’editore ha cucito il tutto.

Quindi, «Nessuno può volare» è uscito bene?

È un libro del quale sono fiera, e che mi ha anche aiutato a riscoprire la mia famiglia d’origine. Poi sono compiaciuta per Giorgio: a 47 anni si è scoperto scrittore e ha messo tutto se stesso nelle pagine, raccontando i tanti ostacoli, e pure qualche vantaggio, di chi si muove in carrozzella.

Nel libro racconta anche la sua famiglia siciliana.

Una famiglia che – guarda un po’ – sapeva superare la disabilità attraverso la categoria della «stranezza normale». Mi spiego meglio: ognuno dei parenti, o dei personaggi «curiosi» che incrociavamo, nella percezione dei miei familiari era se stesso e basta. E per definirlo, senza offenderlo nella sua dignità, si giocava a creare espressioni linguistiche delicate.

Può fare qualche esempio?

Ce ne sono a decine: di un cieco si diceva che «non vedeva bene», del claudicante che «faceva fatica a camminare», dell’obeso che «era un po’ pesante», dell’invalido che «gli mancava una gamba», del sordo che «con lui bisognava parlare ad alta voce», senza mai pensare che si trattasse di difetti o menomazioni. Era l’inclusione a tutto tondo che possiamo definire ante litteram e con ogni probabilità questa attitudine mi ha aiutato moltissimo quando si sono manifestati i primi segnali della malattia di George.

In concreto, quali personaggi porta tra le pagine del libro?

Per cominciare, Ninì, la sordomuta, oppure la bambinaia Giuliana, zoppa. O, ancora, mio padre con una gamba malata o zia Rosina, cleptomane, alla quale i parenti si avvicinavano di soppiatto per sfilarle le posate dalle tasche senza imbarazzarla la volta in cui l’argenteria scompariva dalla tavola. Poi, naturalmente, George: come noi non possiamo volare, così mio figlio non avrebbe più potuto camminare, ma questo non gli sta impedendo di vivere con pienezza. Nella vita c’è di più del volare, e forse anche del camminare e mi sento di dire con certezza che quel di più, insieme, lo abbiamo trovato.

A volte «George», altre «Giorgio». Come dobbiamo chiamare suo figlio?

Svelo un segreto: quando gli parlo in italiano è Giorgio, quando gli parlo in inglese è George. Io però, per lui, sono sempre mamma, come si usa in Italia.

Lorenzo Parolin
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