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19 ottobre 2017

Cultura

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13.09.2017

LA GUERRA
DEL VECIO

Lo scrittore Paolo Malaguti, 39 anniLa copertina del romanzo
Lo scrittore Paolo Malaguti, 39 anniLa copertina del romanzo

Da cultore di storia, in particolare di Grande Guerra, il padovan-vicentino Paolo Malaguti, già finalista del Premio Strega 2016 con «La reliquia di Costantinopoli», edito dalla Neri Pozza, non poteva mancare l’appuntamento con il centenario delle celebrazioni e torna in libreria con «Prima dell’alba», 302 pagine, sempre Neri Pozza Editore, che sarà presentato in anteprima a Pordenonelegge venerdì 15 settembre, alle 11, al Ridotto del Teatro Verdi, introdotto da Paolo Carbonetto.

Dopo la Bisanzio del ‘500 torna alla prima guerra mondiale, già indagata nel romanzo «Sul Grappa dopo la vittoria»: una scelta stimolata dall’anniversario o qualcosa era rimasto indietro?

Esattamente, alcuni nodi che avevo incontrato durante la ricerca per il mio primo romanzo li avevo soltanto accennati. Penso al tema della diserzione e dell’autolesionismo, alle decimazioni e al rigore della giustizia militare, al massacro silenzioso dei ragazzi del ’99, alla «memoria mutilata» dalla retorica fascista. Nel 100esimo e con l’avvicinarsi dell’anniversario della rotta di Caporetto ho pensato che forse era arrivato il momento di provare a raccontare un’altra storia, che avesse al suo centro da un lato il Vecio, un fante che si trova a dover sopravvivere al disastro di Caporetto, e dall’altro il generale Graziani, soprannominato il boia, o il fucilatore, cui era stato affidato da Cadorna il compito di sorvegliare con ogni mezzo il gigantesco trasferimento di quanto restava dell’esercito dall’Isonzo al Piave.

Quali fonti ha usato stavolta?

Di due tipi. Da un lato la storiografia «tradizionale», soprattutto per approfondire il tema della giustizia militare e quello della rotta di Caporetto. Dall’altro ho cercato di fare tesoro di fonti d’epoca, come le lettere dal fronte o le memorie di pievani e parroci dei paesi toccati dal disastro. Un accenno a parte vorrei farlo per la documentazione del «gergo di trincea» con cui ho cercato di far parlare i protagonisti del libro: è stata una ricerca affascinante, che mi ha permesso di confrontarmi con un vero e proprio sistema linguistico creato dai soldati, fatto di soprannomi (es. kakàni, cucchi, fritz o mangiasego per i soldati austriaci), deformazioni (es. squarcialossa per la mitragliatrice Schwarzlose) e «mascheramenti» linguistici per definire realtà o persone che si temevano (es. Anastasia per la censura postale, o Reoplano, Canarino, Asso di denari per i Carabinieri e i Finanzieri).

Attraverso la dedica ad Alessandro Ruffini, l’artigliere fucilato il 3 novembre 1917 a causa di un sigaro, intende muovere una critica al mito della Prima Guerra Mondiale e far riflettere sull’insensatezza del conflitto?

Vorrei che il libro fosse un’occasione per affrontare, attraverso la lente della narrativa, alcune delle ferite che, a distanza di un secolo, sono ancora aperte nella memoria collettiva. Non so se attraverso il racconto della storia del Vecio e del mistero della morte di Graziani si potrà arrivare anche a delle risposte, in verità quello che mi interessa di più, come scrittore, amante della storia e insegnante, è sollevare il problema. Alessandro Ruffini era un soldato di 24 anni, un artigliere, che aveva fatto il suo dovere fino al momento in cui si tenne il sigaro in bocca mentre, sull’attenti, salutava assieme ai suoi commilitoni il passaggio di Graziani. Per questo «grave» atto di insubordinazione venne fucilato. L’Italia detiene il triste record del numero più alto di soldati messi al muro durante la Prima Guerra. Più di mille, limitandoci solo alle fucilazioni «ufficiali», avvenute a seguito di un regolare processo. La Germania fucilò meno di 50 soldati, tra l’altro con un anno in più di guerra.

È ormai assodato e condiviso: fu una guerra folle, sporca, non voluta o almeno non percepita come necessaria dalla gran parte della popolazione italiana nel maggio 1915. Fu condotta da Cadorna con un rigore a tratti crudele nei confronti della truppa, su cui tra l’altro spesso scaricò il «disonore» delle sconfitte. Ma, mi chiedo, disubbidire alla follia e alla morte non è un atto nei confronti del quale provare perlomeno pietà? Saremo in grado di fare i conti con le zone d’ombra della nostra storia, a distanza di un secolo?

Cade tra poco più di un mese l’anniversario di Caporetto: che idea s’è fatto di quella battaglia?

Il dibattito storiografico su Caporetto è ancora aperto, difficile definire dove siano le cause più rilevanti. Da un lato furono decisive le novità tattiche introdotte dalle divisioni germaniche, con armi nuove, nuovi metodi di bombardamento, cartine aggiornate. Dall’altro molti storici sottolineano la portata di alcune «leggerezze» commesse dai nostri comandi... Cadorna era convinto che ormai non ci sarebbe stato alcun attacco nemico. E questo nonostante i ripetuti segnali che provenivano dal nemico.

Il romanzo storico sta avendo in generale molto successo: è una nuova moda?

Credo che il romanzo storico, nelle sue molte declinazioni, non possa mai passare di moda del tutto. In fin dei conti si potrebbe dire che la narrazione stessa è, in sé, una lettura «storica» di un fatto, e poco importa che sia ambientato ai giorni nostri o nel Rinascimento. Di certo credo che il romanzo storico permetta di uscire dal nostro «qui e ora» e di perderci in un orizzonte diverso. E forse questo genere ha tanto più successo quanto più l’età in cui viviamo ci appare incerta. In questi termini la fortuna della narrativa storica forse ci dice qualcosa sullo stato di salute della civiltà europea.

Lei insegna Lettere alle superiori: i suoi studenti cosa pensano del suo successo? Studiano più volentieri la storia? Perché è così difficile farla amare?

In verità cerco di non fare entrare in alcun modo la mia attività di scrittore in aula, e mi trovo raramente a parlare dei miei libri con qualche studente. Questo non vuol dire che tra scrittura e insegnamento non vi siano legami. Anzi, la scrittura mi aiuta a insegnare, nella misura in cui, ad esempio, mi offre nuovi spunti di ricerca, mi permette di confrontarmi creativamente con la parola scritta, e mi permette di conoscere ogni anno contesti e persone culturalmente stimolanti che poi cerco di veicolare in aula. Ma è altrettanto vero che l’insegnamento aiuta la scrittura. Entrare in aula è di fatto una sfida creativa, come la costruzione di un romanzo.

E lo scarso amore per la storia?

Il problema è comune a tante discipline (insegno anche latino), e credo che in buona parte sia un problema di prospettive, in cui i colpevoli siamo soprattutto noi insegnanti. Se quando entriamo in aula mettiamo al centro la materia, è ovvio che i ragazzi avranno il diritto di non sentirsi coinvolti. Se si mettono al centro i ragazzi stessi, e gli si fa capire che, attraverso la materia, stanno dando senso e sostanza a se stessi, sarà un po’ più difficile per loro potersi disinteressare di sé.

Milena Nebbia
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