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domenica, 17 dicembre 2017

«LA MEMORIA
È UNA BUSSOLA»

Rosetta Loy, scrittrice, nata nel 1931 a Roma (BATCH)

«E io che pensavo mi avessero dimenticato. Invece, un premio alla carriera, e proprio il Campiello, che quando lo vinsi, nel 1988 con “Strade di polvere”, diede un’importante scossa alla mia vita professionale. Che dire? È stata una piacevole sorpresa». Rosetta Loy è nata nel maggio del 1931 e quello che ha percorso in questi anni, con i suoi libri, è stato un viaggio nella memoria. «A cinque anni avevo qualche problema di udito che mi isolava dagli altri, così ho scoperto la scrittura e non l’ho più abbandonata».

La sua voce è limpida, alcun accento particolare, i concetti vengono espressi con estrema semplicità. Un filo che non si perde, al quale appende perle di saggezza. Spazia dalla politica alla cultura, dalla scuola alla famiglia. Ma tutto con un unico comune denominatore che la porta a criticare un mondo che le piace sempre meno: «Non credevo alla vittoria di Donald Trump, la mia prima reazione è stata quella di pensare che si fossero sbagliati. Non poteva essere vero. Alla fine ho dovuto fare i conti con quelle che erano le mie speranze, invece l'esistenza scorre altrove e non mostra sempre il meglio di quello che può proporre».

Ha letto qualche libro della cinquina del Campiello?

No, mi sono soffermata sui finalisti dello Strega. La prima parte del libro di Paolo Cognetti mi è piaciuta molto, e poi, il modo di scrivere e raccontare di Teresa Ciabatti l'ho trovato interessante. Quando tornerò a Roma, dopo le vacanze, recuperò il tempo perduto e mi concentrerò anche sul Campiello.

Si dice che i giovani non leggono e in Italia esce una quantità di libri impressionante.

Sul fatto che i ragazzi leggano poco credo sia vero, almeno se mi devo confrontare con la mia generazione, ma stiamo solo pagando una crisi culturale che ormai ci caratterizza da anni.

Soluzioni?

Non ne vedo molte. In pochi si occupano di cultura, invece dovrebbe essere la parte trainante di una civiltà, di un Paese. E non mi riferisco solo alle opere d'arte che si stanno distruggendo o alla pittura. La letteratura occupa un piano diverso, ma importante, anzi fondamentale. Serve un'inversione di tendenza.

In sostanza?

Ci vorrebbero soldi, finanziamenti che nessuno mette a disposizione. E poi le scuole, è necessario iniziare dall'asilo a coinvolgere i bambini nella lettura. Non basta la famiglia, presa da mille incombenze, la scuola deve essere il tramite per superare questa grande crisi culturale di cui non vediamo il fondo. E poi servono uomini di cultura alla guida del paese.

Sta leggendo qualcosa di particolare?

Più che alla letteratura italiana guardo alla storia, credo sia fondamentale partire da quella per iniziare a raccontare. Al liceo si finiva il programma con la prima guerra mondiale, poi c'era il vuoto, come se non si volesse affrontare tutto quello che era accaduto dopo.

Per questo ha scritto dei libri sull'Olocausto?

Certo, si dimentica perchè fa comodo, e questo è un atteggiamento criminale. E poi si dimentica per pigrizia e questo è stupido. La conoscenza di quanto accaduto è l'unico strumento che abbiamo a disposizione per distinguere il luogo dove ci capita di vivere. È una sorta di bussola, ci permette di orientarci. Dimenticare l'orrore delle persecuzioni antisemite del secolo scorso e il suo spaventoso finale può essere pericoloso. Allora per scrivere «La parola ebreo» e «Cioccolata da Hanselmann» feci ricerche in Francia in alcune biblioteche svizzere. Quali sono stati i suoi autori, quelli sui quali si è formata?

Virginia Woolf, Marcel Proust e quel capolavoro inarrivabile che ritengo ancora essere «Guerra e pace» di Lev Tolstoj. Oggi c’è chi scrive in un italiano chiaro e stupendo e chi, invece, lo storpia rendendo faticosa la lettura. A me piace lavorare sul linguaggio, mi piace la musica che deriva da una frase e la limpidezza che riesce a dare se scorre. Una trasparenza fondamentale, coraggiosa. Del resto la lettura ci aiuta a entrare in contatto col resto del mondo.

Sta scrivendo in questo periodo?

Certo, sempre e solo di pomeriggio. Al mattino ho bisogno di uscire, di dedicarmi ad altro, di chiudere il sipario sulla mente. Poi mi concentro così rifuggo dalle scadenze e dalle monotonie.

L’argomento?

Un libro su Cesare Garboli, uno dei critici più insoliti e geniali della letteratura. Sarà un testo breve visto che riporta anche alcuni brani scritti da lui. Ma lo dovevo fare, lo sentivo anche per il legame che ci univa. A volte mi mancano le sue sfuriate, aveva un'intelligenza folgorante, capiva in anticipo quel che agli altri sfuggiva anche se aveva un che di schizofrenico.

Il titolo?

Preferisco non parlarne, non voglio anticipare nulla.

Che cosa ha rappresentato la scrittura per lei?

Una parte di me. Necessaria, indispensabile. Come fossero le mani oppure gli occhi. Ma non ho il desiderio di storie inventate, sarei felice di affidarmi alla fantasia, ma non ce la faccio. La vita è come si fosse asciugata, ritirata. Mi restano la storia e la memoria. Ma non credo valga solo per me. Sono pilastri su cui tutti noi ci dovremmo aggrappare.