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21 novembre 2017

Cultura

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25.10.2017

LA PAURA
DI MARIA
MADRE

La scrittrice Mariapia Veladiano, 57 anni
La scrittrice Mariapia Veladiano, 57 anni

Nei Vangeli parla solo sei volte. Il suo corpo, per troppo pudore, non viene descritto. Il ritratto che il mondo ha fatto di lei è quello di una donna ieratica, remissiva, composta, che non sorride mai. Nel suo nuovo romanzo, intitolato semplicemente «Lei» (Guanda, pp. 200, 17 euro), la scrittrice Mariapia Veladiano, 57 anni, descrive invece un’altra Maria. Una donna con un corpo e con una voce limpida e avvolgente, che racconta in prima persona la sua vita dopo quel sì all’angelo che ha cambiato la sua esistenza e la nostra. Una donna forte e ferma nella sua fede, e nello stesso tempo fragile, assalita dal dubbio e dalla paura.

Sorridente e traboccante di gioia ma anche lacerata dal dolore. Una donna, una sposa, una madre piena di grazia e di tenerezza, lontana dall’imbalsamato santino a cui spesso è stata ridotta.

Lei è laureata in teologia, e in tutti i suoi libri la dimensione religiosa è presente, in questo particolarmente. Come mai ha dedicato un romanzo a Maria?

Tutti i miei romanzi parlano di maternità e di dolore, del grande mistero del male. Due temi che in Maria si raccolgono. Lei che nella tradizione costruita nei secoli è diventata madre modello di tutte le madri e donna dei dolori. Del resto lei è una figura straordinaria che ha catturato letteralmente il mondo. Pittori, scultori, scrittori, cantautori. E poi il popolo, che l’ha sentita profondamente vera e vicina.

Questo vuol dire che Maria ha da dire molto alle persone. Di Maria mi sono occupata sempre, per empatia, per motivi di studio, per la bellezza che ha ispirato e anche per desiderio di verità. Ho spesso sentito insopportabili le forzature della devozione e anche un poco della teologia su di lei. Certo, in questo caso la storia era scritta. Si è trattato di trovare il registro. La prima persona ha portato a un registro intimo, riflessivo.

Per scrivere questo libro si è basata solo sui Vangeli o li ha integrati con altri testi? L’invenzione personale che peso ha avuto?

È un romanzo e ho inventato dialoghi ed episodi. Dentro la cornice di quello che sappiamo dalla Scrittura, senza cercare scandali, ma libera di andare dove questo lavoro di ascolto di Maria che attraversa i Vangeli mi portava. I Vangeli non dicono che Maria abbia seguito Gesù nel deserto ma qual è la madre che sapendo il figlio solo e in pericolo non cerca, almeno cerca, di trovarlo o almeno di non stare troppo lontano da lui? Senza poter fare nulla, ma lì.

Tra gli episodi non presenti nei Vangeli vi è quello di Gesù che tiene in mano un uccellino ma la sua stretta troppo forte lo uccide. Poi riapre le mani e l’uccellino vola via...

Gesù piccolino non sapeva chi era. Nel romanzo questo è chiaro. Impara un poco alla volta a capire chi è, oltre che figlio di Maria e Giuseppe ovviamente. Tutti i bambini sperimentano il proprio potere e qualche volta non lo sanno dominare, non si fermano in tempo. Credo che ciascuno di noi abbia un ricordo doloroso di questo tipo. In quella scena Gesù sperimenta il suo potere e l’uccellino muore. Ma sperimenta anche un potere di vita che non immagina di avere. Ripara la morte fin da bambino.

Uno dei sentimenti che accompagna Maria e sul quale lei insiste molto è la paura. Per quale ragione?

Ma perché l’esemplarità di Maria è esattamente la sua umanità. Come ogni madre ha paura, inoltre sa che questo suo figlio ha una qualità di indipendenza particolare. È suo, come ogni altro figlio che si è nutrito e custodito dentro di sé per nove mesi, e non è suo, più di ogni altro figlio perché in modo confuso, bello e terribile come un ricordo, sa che viene dall’alto. Lei convive con la paura e impara a lasciare andare questo figlio malgrado la paura. È questo il compito di tutti i genitori. La paura è nemica della vita se ci domina.

Giuseppe nel libro non appare come una figura secondaria, la sua presenza, seppur discreta, è fondamentale. E il rapporto che lo lega a Maria è di simbiosi totale...

Non poteva che essere così. Seguendo il percorso umano di questa ragazzina che incontra l’angelo è chiaro che da sola non avrebbe potuto nemmeno immaginare di dire «eccomi». Da sola sarebbe stata esposta alla legge, uccisa, la maternità sarebbe fallita. Ma lei ha potuto accogliere l’angelo perché sapeva che c’era Giuseppe, che pure ancora non sapeva. Ma in amore è spesso così: che uno fa una cosa e l’altro segue. Straordinario Giuseppe, che l’angelo lo ha visto una volta in sogno e basta. Poi ha creduto a Maria e attraverso questo credere profondissimo che l’ha salvata, anche lei ha potuto credere e la storia c’è stata.

Gli angeli compaiono spesso nel romanzo. Perché ha dato un rilievo così ampio a queste creature?

Sono tanti sì nel romanzo. Ma nella Scrittura tutto prende il via da un angelo che va da Maria. Poi gli angeli avvertono i pastori. Gli angeli servivano Gesù nel deserto. Il teologo Bonhoeffer ha scritto dal carcere in cui si trovava e da cui non sarebbe uscito vivo, una preghiera bellissima che comincia così: «Circondato fedelmente e tacitamente da benigne potenze, meravigliosamente protetto e consolato...». Lui, luterano, sentiva queste potenze benigne. Non era solo. Chi lo circondava? La Scrittura è generosa di angeli messaggeri, consolatori. Siamo molto distratti, ma credo che chi ci ha amato non sia lontano da noi. E se c’è un Dio che ci ama, non ci lascia soli.

Fabio Giaretta
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