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23 ottobre 2017

Cultura

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07.09.2017

SCHIAVONE
UN MONDO
DI OMBRE

Antonio Manzini, romano, 53 anni, è  attore, sceneggiatore,  scrittore
Antonio Manzini, romano, 53 anni, è attore, sceneggiatore, scrittore

L’uscita di «Pulvis et umbra» (Sellerio, pp. 405, 15 euro), l'ultimo libro di Antonio Manzini in libreria dal 31 agosto, non ricorda un episodio particolare legato al vice questore Rocco Schiavone, come invece avvenne lo scorso anno con «7-7-2007» (in quella data venne assassinata la moglie Marina). Non ci sono morti da spiegare, brandelli di vita da riprendere per mano, ma tragedie che segnano a tal punto da creare voragini che non si riempiono mai, come se la vita fosse un oceano nel quale si susseguono solo tempeste e, nemmeno, tanto perfette.

«La data di uscita è stata una scelta dell'editore», spiega Antonio Manzini. «Dopo le vacanze poteva essere una buona occasione di lettura». Si tratta dell'ennesimo noir mozzafiato dal ritmo convincente, con un meccanismo frutto di mille ingranaggi che non perde colpi. Si snoda tra Aosta e Roma: nella prima città si trova il corpo senza vita di un trans; nella capitale due cani pastore annusano il cadavere di un uomo con addosso un foglietto e un numero di telefono. Per il resto tornano tutti i personaggi che girano attorno al vice questore.

«Ma è meglio non aggiungere altro», prosegue lo scrittore. «Rocco è un uomo che cambia, cresce, invecchia e come tutti inizia ad avere acciacchi, intuizioni, nuovi amori. Diciamo che, la sua come quella di tutti noi, è una storia in evoluzione».

Guardando il video che lo scrittore ha girato per promuovere il libro sembra sia quasi intimidito da tutto quello che accade, trascinato in una spirale di eventi e di successi che hanno dell'incredibile. Poi, basta pensarlo come un attore e tutto si spiega, le parole che escono con calma. «Non calco le scene da tempo, ho appena finito di scrivere la sceneggiatura per la prossima serie televisiva dedicata a Rocco Schiavone, inizieranno a girare a metà settembre con un nuovo regista, Giulio Manfredonia. Penso che fare l'attore e scrivere comporti, comunque, una sorta di parallelismo, alla fine sono due modi diversi di raccontare storie. Lo si può fare con il corpo, i gesti, la voce quando sei un palcoscenico. Oppure con la penna o un computer quando scegli un libro per narrare».

Da Roma ad Aosta, perchè?

Vado spesso da quelle parti in vacanza, la Valle d'Aosta è una regione particolare, fatica ad accoglierti, è fredda, scostante, dominata da forti e castelli, con montagne incombenti e di roccia nera con le quali non si scherza. Andava bene per Rocco, un luogo dove non aveva alcun legame né personale né ambientale. Insomma, un pesce fuori dall'acqua, per un poliziotto nato a Trastevere. Non potevo scegliere nemmeno Borca di Cadore, che conosco altrettanto bene. Troppo dolce, ci voleva una rottura netta, radicale anche se poi la Valle d'Aosta ti regala paesaggi tra i più belli del mondo. Un po' come Rocco: chiuso ma con grandi slanci di generosità.

In quest'ultimo libro sente il peso di quanto gli sta accadendo professionalmente e sotto il profilo personale?

Anagraficamente Schiavone è del 1966.

Cinquantuno anni, li porta maluccio...

Diciamo che ha fatto una vita intensa, le ferite lo hanno segnato, la morte della moglie Marina l'ha distrutto. È un uomo in continua evoluzione. Si dispera, si riprende, cerca tra le sue ombre, spera di riuscire ad amare. È figlio del boom economico si chiede in che mondo viviamo e poi vede corruzione, evasione fiscale, omicidi. Prova quello che provano le persone della sua generazione.

I suoi rapporti con le donne sono superlativi.

Direi di no. Ma anche le donne lo usano. Diciamo che ognuno prende quello che serve in quel momento, in quella fase della vita.

Immaginava il successo che la serie ha avuto in tv con milioni di spettatori?

No. Ma non può che farmi piacere. Credo che Marco Giallini lo interpreti in modo straordinario, non potrei vedere nessun altro al suo posto.

E le polemiche: il vice questore fuma spinelli in servizio?

Non mi interessano, scrivo libri e questo mi rende libero. Rocco non è un eroe senza macchia e senza paura. È empatico, i suoi amici a Trastevere sono delinquenti e lui invece è passato dall'altra parte della barricata, forse è un po' ladro anche lui. E' un poliziotto sgangherato, ma con un senso della giustizia molto forte. Siamo allo scontro tra legge e giustizia, che non sempre coincidono.

Un po' come per il commissario Montalbano?

Ho conosciuto Camilleri molti anni fa, sono stato un suo allievo. Ci unisce la passione per il teatro e anche per la letteratura. Lavoriamo per la stessa casa editrice. Sarei disperato se non avesse apprezzato Rocco.

«Pulvis et umbra» a tratti è molto duro.

Accadono cose pesanti, ritornano Enzo Baiocchi i suoi legami con Roma, ma su tutta la storia si allunga un'ombra minacciosa e cade una polvere sottile che sa di marcio e di morte. Per certi versi è una resa dei conti di quello che può accadere nella nostra vita. Diciamo che le tegole che cadono in testa a Rocco sono molto dure e fanno male. Sembra trovare quiete solo con Gabriele, il sedicenne brufoloso suo vicino di casa a cui cerca di insegnare il latino e fargli ascoltare buona musica. Un affetto quasi paterno, se questa parola per Schiavone non fosse un azzardo.

Ma Rocco si risolleverà?

Cerchiamo tutti di farlo in un modo o nell'altro. Ho ancora tante storie che mi piacerebbe raccontare, diciamo che la serialità per me ha la faccia e la vita di Schiavone.

Lo descriva con 5 aggettivi?

Contraddittorio, scostante, ingrugnato, generoso e sincero.

Come lei?

Un po' come tutti. Certo, mi piacciono gli ultimi della classe, quelli che dentro hanno orologi rotti, ma che quando riescono ad aprirsi hanno forzieri pieni di pietre preziose.

Chiara Roverotto
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