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14 dicembre 2018

Cultura

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07.02.2017

Sarenco, la vita
per l’arte votata
all’avanguardia

L’ironia di Sarenco: l’originalità di uno spirito tanto creativo quanto ecletticoIsaia Mabellini: era nato nel ’45
L’ironia di Sarenco: l’originalità di uno spirito tanto creativo quanto ecletticoIsaia Mabellini: era nato nel ’45

Se ne va a modo suo, nel solco di una vita avventurosa. Con una festa fra amici. Il modo migliore per dire addio dopo tanta sofferenza.

Non ci sarà funerale per Sarenco, al secolo Isaia Mabellini, che era di Vobarno e risiedeva a Salò. Era nato nel 1945 e aveva conosciuto il mondo. Sopportava i guai di salute progettando mostre e masticando arte.

Morto ieri, il precursore della poesia visiva sarà salutato da una quindicina di intimi senza cerimonie funebri per sua espressa volontà. Niente lacrime, ma sorrisi. Il suo ultimo desiderio.

IL SEGNO di Sarenco resterà anche in chi non l’ha conosciuto personalmente, ma l’ha seguito lungo un percorso tortuoso e affascinante. Oltre i confini. Gli anni in Kenya, i legami in Francia, una fama internazionale meritata sul campo.

Tra i fondatori di una corrente artistica che nei ’70 ha determinato il corso delle cose nella cultura contemporanea, ha frequentato Joseph Beuys come Julien Blaine. Al suo fianco, spesso e volentieri, c’era il direttore del Macof Renato Corsini. Da Marsiglia a Milano, dal Mac alla Fondazione Mudima.

A Sarenco, e alla sua Fondazione, interessavano le avanguardie. «Nel 2016 avevamo curato insieme la mostra Due poeti a Brescia alla Fondazione Berardelli - ricorda Corsini -. E l’anno scorso abbiamo condotto con un’esposizione su Fabrizio Garghetti la rivalutazione di un archivio che racconta la nostra storia recente da un punto di vista affascinante». Una di quelle imprese che regalavano a Isaia Mabellini stimoli sempre nuovi.

L’interesse per ciò che definiva «arte dell’altro mondo» era maturato nei decenni trascorsi in Africa. Il primo viaggio risaliva al 1982. Il Kenya era diventato la sua seconda patria. Per la promozione dell’arte africana aveva profuso tante energie, con un’opera fortemente simbolica: «La platea dell’Umanità», presentata alla Biennale di Venezia del 2001, composta da 300 fra dipinti, disegni, tavole incise, sculture enormi realizzate da artisti e artigiani kenyani a Malindi, dove ha curato la biennale internazionale della pittura. Una vita intensa, per chi appena maggiorenne si era avvicinato alle ricerche poetico visuali attraverso il Gruppo 70, distinguendosi per le capacità editoriali e organizzative. Fondando riviste, aprendo spazi espositivi a Brescia, promuovendo artisti coraggiosi, determinando la nascita dell’Archivio Denza di poesia visiva. E sperimentando tanto, anche con video e sonoro, tanto da essere invitato a presentare una pellicola al Festival del Cinema di Venezia.

Gli ultimi tempi sono stati un calvario. Il trapianto, la dialisi, le ricadute. Le febbri. La broncopolmonite che ha colpito, infine, un fisico ormai provato. Ma la curiosità per la vita non è mai venuta meno. «Due anni fa era stato colpito da un ictus, eppure dopo 3-4 mesi era già in piedi. Una forza d’animo pazzesca. Solo una settimana fa parlavamo di nuove mostre. Un carattere forte. Quindi... Festeggeremo. Per onorare la sua ultima volontà».

Gian Paolo Laffranchi
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