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14 dicembre 2018

Cultura

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06.10.2018

TALENTI PER CENA

Il libro racconta la storia di Evelyn McHale, morta suicida nel 1947Nadia Busato: attesa a «Scrittori pari @ Filari dispari» ILARIA VIDALETTI
Il libro racconta la storia di Evelyn McHale, morta suicida nel 1947Nadia Busato: attesa a «Scrittori pari @ Filari dispari» ILARIA VIDALETTI

Forme di buio. Il buio che accoglie, il buio che inghiotte. Affina il giudizio, accomoda l’olfatto. E qui c’è odor di passato. Nadia Busato emerge dall’ombra con una foto in bianco e nero, un libro scuro che affronta il buio di una vicenda antica: la storia tragica di Evelyn McHale. Il debutto di un percorso d’incontri culturali in città. «Non sarò mai la brava moglie di nessuno» (Sem), romanzo-documento scritto dall’autrice bresciana in 8 anni di ricerche, principia il ciclo «Scrittori pari @ Filari Dispari»: inconsuete serate letterarie al wine bar di viale Venezia 1. Federico Bezzi, Margherita Ingoglia e Serena Bonetti, con la collaborazione di GoodBook.it, sono pronti ad accogliere i talenti della penna del Belpaese; la formula presentazione+cena delizia la fantasia gustativa (per prenotazioni: 030296885, 331569422; su www.facebook.com/filaridispariwineandfood il calendario). POTREBBE essere un piatto unico, quello della Busato, servito al menù di giovedì 11 dopo l’affondo sulla New York degli anni Cinquanta (ore 19,30). Qualcosa di sostanzioso che chiama torbido vino. Lei – collabora con Grazia e Corriere della Sera, scrive per radio, cinema e teatro – è abituata a digestioni lunghe, ingredienti complicati. La vicenda di Evelyn McHale: proprio così. Dell’impiegata ventitreenne che lasciò, nel maggio 1947, l’ottantaseiesimo piano dell’Empire State Building in volo, molti sanno. «Il suicidio più bello». L’autrice le sta accanto porgendo prima l’occhio (lo scatto teatrale di Robert Wiles, pubblicato su «Life»), poi l’orecchio («A love song to Evelyn McHale» di Anton Rothschild), infine la bocca. Né requiem né manifesto. Busato sormonta l’impalcatura di una storia cupa mischiandole cronaca e immaginazione sanguinante. Parla del panico cardiaco che soffoca le donne appena affrontano lo stereotipo della propria vita («È un po’ come innamorarsi, ma sembra più come morire»), e mentre Evelyn risponde al fidanzato «non farò, non sarò» su un biglietto testamentario, tutto un genere balza in piedi. Dagli uffici dai fornelli dalle tombe. IL LIBRO, dopo il gospel di parenti-amici-investigatori, per ultima adagia al suolo la voce della ragazza. «È bene che le cose che amiamo finiscano. Farsi amari invece che farsi amare», sussurra. «L’ho rimaneggiata 13 volte, questa testimonianza – racconta la scrittrice –, trovando una direzione attorno cui ruotare la domanda finale (un perché, un come mai, il che cosa) per fare di lei il fantasma dei nostri lutti. La sua visione è difficile, forse egoista, ma chiarissima nel non voler spartire con il mondo le innaturali contraddizioni dell’essere, l’auto-sgretolamento delle certezze tanto faticosamente costruite». Cos’è stata Evelyn McHale? «L’esplosione incontenibile della libertà vera, quella che non ha più legami con nulla, che non ha limiti o confini; quella che distrugge ciò che non vuole ricostruire». Forse. A pagina 244. •

Alessandra Tonizzo
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