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26 settembre 2018

Cultura

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12.09.2018

TINTORETTO SUPERSTAR

Autoritratto, 1546 - 1547, olio su tela, Philadelphia Museum of ArtAutoritratto, 1588, olio su tela, Parigi, Musée du Louvre
San Marziale in gloria fra  Pietro e  Paolo, 1549, chiesa  San MarzialeIl miracolo di San Marco, 1548
Autoritratto, 1546 - 1547, olio su tela, Philadelphia Museum of ArtAutoritratto, 1588, olio su tela, Parigi, Musée du Louvre San Marziale in gloria fra Pietro e Paolo, 1549, chiesa San MarzialeIl miracolo di San Marco, 1548

Nicoletta Martelletto INVIATO A VENEZIA Se c’è un pittore che si identifica totalmente con la sua città, e una città nel suo artista, questo è Jacopo Robusti. Anzi Jacomo, come si firmava. Era figlio di Giovanni Battista Robusti, e dalla tintoria paterna mutuò il soprannome che lo ha reso celebre: Tintoretto. Venezia gli rende omaggio, a 80 anni dall’ultima grande mostra, con una mobilitazione senza precedenti: due mostre di rigore scientifico (palazzo Ducale e Gallerie dell’Accademia), un itinerario tra ponti e calli in 29 tappe che tocca i luoghi nevralgici dove dipinse; un dialogo con l’arte contemporanea in quattro sedi (Galleria Franchetti, Accademia, Ducale e Scuola di San Rocco). E poi il costume del XVI secolo a palazzo Mocenigo, il rapporto tra arte, fede e medicina alla Scuola di San Marco, visite guidate e quant’altro. Fino al 6 gennaio “Tintoretto 500” - nacque nel 1519, morì nel 1594 - è un racconto di potenza coloristica capace di stordire, grazie anche ai restauri sostenuti da Save Venice su almeno una ventina di opere negli ultimi 40 anni. Una di queste restituzioni brilla nelle prime sale di palazzo Ducale, dove si manifesta il pittore nella maturità: è esposta qui la grande tela proveniente alla chiesa di San Marziale a Cannaregio, che fu parrocchia di Tintoretto, dove San Marziale rifulge nella gloria tra i santi Pietro e Paolo, in un flash di luce accecante, rivelando l’inaspettato bagliore sotto un dito di polvere e nerofumo depositati dal tempo. Di questi recuperi sono giustamente orgogliosi i due curatori della mostra a palazzo Ducale, Robert Echols e Frederick Ilchman, che dal 10 marzo 2019 la traslocheranno a Washington, accanto ad un prestigioso comitato internazionale di studiosi che hanno lavorato ai due cataloghi di Marsilio-Electa. La regia riconosciuta del progetto è di Gabriella Belli, direttrice dei Musei civici veneziani, che da visionaria quale è immaginò già tre anni fa il trionfo del pittore più veneziano mai esistito, «in una sinergia tra enti mai sperimentata prima» come conferma Paola Marini che guida le Gallerie. Cinquanta opere e venti disegni, in undici sale, sono come un romanzo a puntate, ambientato a casa del Doge e del Maggior Consiglio dove Tintoretto a lungo lavorò. Una forte impronta al pragmatismo nella lettura dei curatori sembra quasi soverchiare i mondi interiori del pittore: l’abilità negli affari, la spavalderia nelle gare pubbliche, l’irruenza nella pittura pongono in secondo piano un animo generoso, una fede profonda, una dedizione alla famiglia e all’amata figlia Marietta, la Tintoretta che non lasciò partire per le corti europee nonostante l’eccellente talento. Ciò che invece viene ben messo a fuoco è la novità delle tecniche pittoriche con l’avvento dell’olio a legare i pigmenti, il predominio delle tele sulle tavole lignee, il riuso di stoffe e un’economia fatta di rappezzi e lini cuciti tra loro, perfino di composizioni accantonate e poi ricomparse con un Martirio di San Lorenzo che diventa un Ratto di Elena per non buttar via gli studi preparatori e il grande impalco delle figure, o una Crocifissione della prima ora che si cela sotto una Natività. Spettro e radiografie consentono oggi scoperte emozionanti, così come i disegni su carta azzurrina sui quali Tintoretto provava con carboncino e gessetto nero le ombreggiature e torceva le figure attraverso il rinforzo dei muscoli, come nella lezione di Michelangelo. La traduzione di forme tridimensionali su piani a due dimensioni “Jacomo” la ottiene anche realizzando in bottega composizioni di figurine a cera, in un teatrino dove spostare geometrie e studiare la propulsione dei movimenti di gruppo. Il suo linguaggio rompe i piani, i personaggi sembrano tracimare dalle tele e sprigionano una energia vitale e drammatica anche nei momenti più cupi: come nella Deposizione dalla Croce del 1562, dove anche Maria cede allo sconforto, come morta accanto al figlio privo di vita, quasi scivolando addosso a chi la guarda. Dal Prado arriva un ciclo biblico in chiave secolare, da Vienna un superbo nudo dietro le quinte con Susanna e i vecchioni. I due autoritratti, uno giovanile e uno senile, dicono di un carattere sfrontato e indagatore che al tramonto della vita diventa sguardo rassegnato eppure potente, tale da arruolare tra i suoi ammiratori El Greco, Velasquez e Rubens. C’è in controluce tutto il fervore della Controriforma nel sacro di Tintoretto, una inquietudine che lo percorre nell’affermare le grandi verità: la Flagellazione fissa l’attimo prima della tortura, il Battesimo è una storia di ombra e luce tra San Giovanni e Cristo immerso in acque forse lagunari. E anche stavolta, 500 anni dopo, Tintoretto non cessa di stupire. •

Nicoletta Martelletto
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