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23 novembre 2017

Cultura

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09.11.2017

Una valigia di irrisolto
fra Siviglia e Granada

Il romanzo mostra un’affezione verista per personaggi e paesaggiAmilcare Stocchetti: insegna
Il romanzo mostra un’affezione verista per personaggi e paesaggiAmilcare Stocchetti: insegna

«Nessuno sa». In parte vero, in parte no. Perché quel prof. del Lunardi con la faccia da ragazzino e la penna felice è noto come le equazioni di Cauchy-Riemann.

Tutto iniziò con «Trotaze la trota Kamikaze», libretto di racconti fulminei «nati su commissione, per coprire lo spazio di tre righe sotto il meteo di un giornale lodigiano – racconta il giocoliere bresciano della matematica –. Mica facile». Tutto continua su superfici distese: tante pagine (più di cento, per favore), una piattaforma per auto prodursi (Amazon), la stessa firma. Amilcare Stocchetti deve ammettere che qualcuno sa.

«Quattro padri» è il penultimo dei suoi lavori di una vita parallela, «da scrittore in trasferta». Spiega poi, cosa vuol dire, intanto assicura d’essere «di piccolo cabotaggio: mi seguono in 178». Romanzo rodato – già in coda a un altro manoscritto, «La torre armena» – che segna l’affezione verista per le cose note, in spirito e paesaggio. Perciò racconta di insegnanti – «A volte sono io, a volte un collega» –, perciò si ferma mai: non può. Stocchetti scrive quando viaggia e scrive del viaggio, con scene fotografiche, istantanee. Gli sono rimaste in testa descrizioni in poche sillabe, il peccato del dilungamento, mortale per il lettore moderno.

Questo libro è nato tra Granada e Siviglia dove il prof. ha contaminato la realtà di fantasia. Personaggi nostrani, ognuno con la propria valigia di irrisolto, decisi a seguire un giovane docente senza cattedra, Isacco, improvvisatosi guida turistica. Un camper e la strada, aneddoti adolescenziali e bocche adulte, fughe e ritorni. Il dialetto bresciano un po’ spagnolo fa avventura corsara. Dosi massicce di tenerezza stemperano drammi tangibili: precarietà, emarginazione, lutto. Nonni, padri e dei accompagnano dieci attori tutti protagonisti. Anche se Isak ruba spesso la scena. Con la naturalezza meccanica e gentile di una mano che bruca le olive, «quelle di Toscolano, le nostre, sì».

SPETTA al dialogo tirare le somme. Tanto che ci si guarda attorno, a capire chi si schiarisce la voce. «La scrittura è un modo per esprimersi, è una delle arti, traino per lo sviluppo. Del cervello, che con le idee su carta si ossigena, ma anche dell’economia. Peccato che a Brescia manchino i Gonzaga, gli Estensi, i Cangrande. Mecenati innamorati del gusto del bello, per dargli risalto». Tono da prof. che tuona. Ma s’ammorbidisce davanti a un piatto di rabo de toro. E si scioglie davanti al «resta, non andare» di donna, raccolto in una coda guerriera.

Alessandra Tonizzo
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