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26 settembre 2018

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16.04.2018

Il Novecento
di Brescia

La demolizione del quartiere delle Pescherie per l’edificazione dei piazza Vittoria nel 1930: sullo sfondo Duomo e Broletto
La demolizione del quartiere delle Pescherie per l’edificazione dei piazza Vittoria nel 1930: sullo sfondo Duomo e Broletto

I segni distintivi di una città abitano il genealogico lastrico che ne sedimenta la polvere. Come una primavera in bianco e nero, non occorrono fiori, colori, profumi a ricordarle che tempo che fa, che nome ha: è l’intuizione del colpo d’occhio, è l’appartenenza congenita. L’arredamento della Leonessa al secolo scorso stava a maggiatico: «Sarà lei?», vien da chiedersi sfogliando «Le stagioni di Brescia nel Novecento». Così Lei s’offende un poco. Il libro fotografico che «Bresciaoggi» realizza in collaborazione con Banca Valsabbina, e regalerà dopodomani a tutti i lettori, mostra l’ossatura dell’urbe allo schiudersi dell’acetosella. I «galèi» bordo strada, tra il pavé, i binari del tranvai e il biroccio col puledrino. Istantanee di modernariato, un salto al finire dell’Ottocento – quando la gardesana Buffoni Zappa rammentava alla «buona società» che «una signorina per bene non leggerà le appendici dei giornali» –, la lunga promenade fino al 1960. TRA CIELI di panna e insegne Liberty, il centro storico è protagonista di fondali spesso riconoscibilissimi (il lustro da scacchiera per piazza della Vittoria; corso Palestro soltanto più impettito, nel lungo punto di fuga a serpentina; piazza del Mercato, con i robusti divaricati portici; la Loggia, già priva del copricapo vanvitelliano), altre volte meno. Perché alle vie anguste s’alternano slarghi madrileni, e piazza Garibaldi, corso Zanardelli, piazzale Cremona paiono enormi camere vuote - giusto un paio di grucce, il servo muto. Entro cui l’uomo cerca l’uomo: la presenza-assenza dei bresciani, in questi scatti, guida l’occhio a cercarli, in un altro «com’era-com’è», quello antropomorfico. Contenuti capannelli di gente, conciata senza amidature sotto giacche pastrani tabarri portati in sella alla bicicletta con la quale fendere l’ordinato mercato rionale – a Porta Cremona, ombrelloni spioventi per riparare panieri. Cravatta, cappello, canna da passeggio; la primavera frescolina fa coprire gli avambracci, tranne alle donne che, ratte, corrono ai fontanoni (piazza del Vescovado, via San Faustino), lavatoi cittadini. Sgrossano a frustate saponifere canestre di biancheria impilata su tinozze, al suolo, accanto agli zoccoloni scuriti agli sputi degli ugelli in pietra. Mostrano le schiene curve ma quando il viso – càpita – incontra l’obiettivo è «voet chi?», il «cosa vuoi» nostrano, bandiera popolare, dna. NELLA CUCINA degli Spedali Civili (1935), le femmine respirano i fumi della stufa economica: altro lavoro, altre sporte capaci, di peltro; soverchiate da volte a crociera, sorvegliano il pollame, buono all’Artusi, che chioccia sul tavolone paralizzato nella luce di una cometa artificiale. Già si sente, l’odore delle carni stracotte sposate a purè martirizzati, per denti stanchi. Nessun fregolismo, lo si vede: Brescia era quel che sa essere sempre. E al risentimento di un disconoscimento accompagna la fierezza di chi prepara il proprio dressage, con permalosa cocciutaggine lombarda. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Alessandra Tonizzo
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