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15.10.2015

Profughi, appello ai Comuni:
«Aderite alla catena Sprar»

Il prefetto Morcone durante l'incontro nell'aula magna di Economia
Il prefetto Morcone durante l'incontro nell'aula magna di Economia

Un appello ai sindaci bresciani perché aderiscano al nuovo bando Sprar per 10mila posti nuovi nel Paese, in una provincia dove sono solo 55, secondo la Prefettura, i Comuni in cui si fa accoglienza ai profughi e solo 18 quelli della catena Sprar. A lanciarlo il prefetto Mario Morcone, capo del Dipartimento per le Libertà civili e l'Immigrazione del ministero dell'Interno, ieri a Brescia per un incontro organizzato dal prefetto Valerio Valenti in un'affollata aula magna della facoltà di Economia. Lo Sprar, sistema di accompagnamento e integrazione per i richiedenti asilo avviato nel 2002, attualmente con 21mila posti a disposizione, è il canale più adeguato per l'accoglienza, secondo Morcone. «Il sindaco torna ad essere protagonista del progetto - ha spiegato - decide lui dove e come, non la prefettura. Inoltre stiamo studiando il modo di allentare il patto di Stabilità in questo caso; e il cofinanziamento, previsto dalla Bossi-Fini, è stato ridotto al 5 per cento, il resto lo mette lo Stato. È possibile, poi, un ritorno con i lavori socialmente utili». UN SECONDO INVITO il rappresentante del governo l'ha rivolto agli amministratori, quello di pensare anche all'ospitalità dei minori non accompagnati, per i quali sono stati proposti altri mille posti Sprar, a 45 euro al giorno, con un bando a cui la Lombardia non ha partecipato. Per il 90 per cento sono ragazzi tra i 14 e i 18 anni: «Voi capite come sia importante seguirli e includerli». La terza chiamata è stata per Montichiari, dove alla ex caserma Serini, è stata la promessa, saranno sistemati non più di 80-90 rifugiati, «perché grandi strutture non ne faremo più». Il piano andrà avanti in modo condiviso, ha assicurato Morcone, che ha aggiunto: «Ci attiveremo, anche con risorse economiche, per un impiego coerente col territorio e con ricadute benefiche sul territorio. Queste devono diventare occasioni per costruire progetti, per trasformare la necessità in sviluppo. Si potrebbe creare un iter sperimentale, un modello da seguire. I soldi ci sono. Nei programmi specifici Ue 2014-2020 ci sono 500 milioni per questi progetti». Una richiesta era venuta, nel suo discorso iniziale, pure dal prefetto Valenti, stavolta al terzo settore, da lui definito determinante nella gestione dell'emergenza, però col limite dei piccoli numeri. «Ci servono professionalità e capacità per gruppi da trenta in su» ha detto, pensando certamente anche alla futura gestione della Serini. Prima Valenti nell'introduzione, indi il collega da Roma hanno illustrato due novità della legge 142 che recepisce le direttive europee in materia di protezione internazionale «di fronte a situazione mai stata così pesante». DUE I PUNTI più rilevanti. Vi si dice che la prefettura colloca gli immigrati, sentiti i Comuni. «Abbiamo sempre cercato di farlo - ha detto il prefetto di Brescia - non sempre si arriva all'accordo, ma viene stabilito che ci si muova per un'intesa». Ed ancora, si stabilisce che gli immigrati possono lavorare dopo due mesi dalla presentazione della domanda di asilo. Una risposta normativa molto attesa che potrà essere di grande aiuto per organizzare tempi e quotidianità. Quanto al funzionamento delle commissioni di valutazione delle domande, Morcone ne ha lodato l'impegno e ha difeso l'esame delle storie una per una, soprattutto di quelle che provengono da nazioni non in guerra dichiarata. «Moltiplicare, però, le commissioni, per accelerare, è un'illusione. Quello che si dovrà fare è mettere mano a una riforma del sistema dell'asilo, alleggerendo l'attività istruttoria, anche con assunzione di altro personale». Come, secondo lui, «si doveva rivedere l'intera legge sulla cittadinanza, invece che votare una norma transitoria e parziale sullo ius soli per i minori». Il rimpatrio per coloro che si sono visti respingere la domanda di protezione - il prefetto ministeriale non lo nasconde - non è possibile se non verso pochi Paesi con cui esiste specifico accordo, come Tunisia, Marocco, Egitto, Nigeria. «È la Ue che dovrebbe collegialmente spingere e vincolare a questo gli investimenti per la crescita nel terzo mondo». In qualche caso particolare si può ricorrere al permesso umanitario, specialmente quando la persona sia già bene inserita, abbia ormai un lavoro. Coloro che invece hanno ricevuto il permesso possono rimanere negli Sprar sei mesi. o COPYRIGHT

Magda Biglia
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