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22.07.2012

Chi ha «coperto» Green Hill? Ispezioni e deroghe nel mirino

Presto tutti i beagle di Green Hill abbandoneranno l'allevamento
Presto tutti i beagle di Green Hill abbandoneranno l'allevamento

Per i magistrati nella vicenda Green Hill ci sono troppe «verità». Quella verbalizzata dalle guardie zoofile dell'Oipa intervenute con il ruolo di polizia giudiziaria il 30 settembre dell'anno scorso per conto della procura, in linea con i verbali del sequestro della struttura, racconta di una sorta di «lager» da chiudere senza ma e senza se. E quella scritta meno di un mese dopo dalla Asl e dalla Polizia locale di Montichiari che affresca invece un allevamento modello. Conclusioni, queste ultime, che hanno contribuito all'archiviazione della prima inchiesta. Ma si tratta di rappresentazioni della realtà decisamente diverse da quelle verbalizzate mercoledì dagli agenti della Forestale incaricati di apporre i sigilli alla fabbrica di cavie. Come sia stato possibile non rilevare nel recente passato il quadro di presunta illegalità diffusa portata alla luce in queste ore, è uno dei tanti aspetti su cui farà luce la fase B dell'inchiesta coordinata dai pm Ambrogio Cassiani e Alessandro Raimondi. Il sospetto di controlli «superficiali», se non proprio ammorbiditi, aleggia del resto anche nell'esposto presentato dall'associazione animalista Freccia 45, che attraverso l'avvocato Aldo Benato ha chiesto alla Regione il commissariamento della Asl di Brescia. L'altra ombra si allunga sulle deroghe alla rigorosa legge sull'identificazione dei cani concessa a Green Hill. Una moratoria ottenuta non si capisce bene a che titolo dal dipartimento veterinario della Regione che consente dal 2007 all'azienda di tatuare i beagle invece di applicargli il microchip. Eppure la normativa non concede «smarcamenti» in materia. In attesa dei chiarimenti, l'attenzione degli inquirenti è concentrata in queste ore sugli elementi emersi dal sequestro probatorio. Nelle 70 pagine di verbale stilato dalla Forestale con il supporto di veterinari scelti al di fuori della cerchia della Asl di Brescia, sono emerse a parere degli inquirenti una lunga serie di irregolarità ma anche di prove di maltrattamenti ai cani. Nei box sul colle di San Zeno erano ospitati 400 cani «fantasma», privi di microchip o tatuaggio. Gli investigatori ritengono inoltre che alla Green Hill venissero abbattuti i cuccioli «difettosi», quelli cioè non conformi agli standard fissati dai laboratori. Fra le cento carcasse di beagle ammassate nelle celle frigorifere figurerebbero animali affetti da patologie lievi, come dermatiti. L'azienda avrebbe insomma ritenuto più economico praticare l'eutanasia che curare un cane non «piazzabile» sul mercato. Da qui l'ipotesi di reato di uccisione di cani senza motivo all'esame dei magistrati. Altra circostanza che potrebbe appesantire la già delicata posizione degli indagati (veterinario aziendale, direttore e presidente di Green Hill), è il presunto tentativo di inquinare le prove modificando i registri informatici della società, avvenuto da un server remoto statunitense proprio mentre il perito della procura stava sequestrando i pc dell'allevamento. Il blitz di mercoledì ha innescato un effetto domino: i segugi non registrati all'anagrafe canina hanno attirato l'attenzione della Guardia di finanza. La situazione insomma sembra in rapida evoluzione, mentre l'azienda si prepara a chiedere il dissequestro della struttura. Da domani, però, i cani potrebbero cominciare ad essere affidati in custodia alle associazioni di volontario. L'obiettivo della procura è di svuotare rapidamente il complesso sul colle di San Zeno. Il primo passo, chissà, per modificare il destino dei 2.700 che invece di andare incontro a una morte atroce negli stabulari di laboratori di ricerca potrebbero trovare una casa e l'affetto di una famiglia.R.PR.

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