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07.12.2009

Levrange, memorie di un dramma


 Levrange 50 anni fa: ricognizione fra le macerie delle case
Levrange 50 anni fa: ricognizione fra le macerie delle case

Mostre e testimonianze hanno fatto rivivere in questi mesi anche a chi non c'era il dramma vissuto dalla gente di Levrange 50 anni fa, quando la frazione di Pertica Bassa venne quasi cancellata da una enorme frana. L'onda del ricordo non si è mai esaurita, e riemerge più forte in queste ore (il gigantesco smottamento avvenne l'8 dicembre, nel giorno dell'Immacolata) anche grazie alle testimonianze dirette. Come quella di Primo Zambelli, 87 anni, uno dei protagonisti del disastro.
«L'8 dicembre del 1959 - racconta l'anziano - avevo 37 anni e vivevo con papà Antonio, mamma Rosa e mio fratello Marco. Mia sorella Domenica si era invece sposata, e io accudivo la mamma inferma. Quel giorno tutto inizio col crollo della prima casa, quella dei "Coapir". Ma già da qualche giorno in paese le porte non si chiudevano più, i muri si stringevano pian piano, i fili della corrente si strappavano, i tubi dell'acqua si rompevano e le case si muovevano».
Domenica 6 dicembre 1959 nella borgata arrivarono i tecnici del Comune a valutare la situazione: «E vista la gravità - continua Zambelli - contattarono il sindaco, l'avvocato Giacomo Bonomi, per informarlo dei rischi. Questi, giovane ma capace, incontrò il parroco mentre già otto famiglie erano state evacuate, e con lui decise di firmare una ordinanza di sgombero di tutto il paese, e i 330 abitanti furono spinti ad andarsene. Non fu per niente facile, e subito arrivarono i carabinieri a obbligare la gente ad andar via. Qualcuno non voleva lasciare la casa, ma fu costretto a farlo con la forza. In quei giorni vidi tanta gente piangere».
Zambelli si spostò coi familiari nel fienile «Tre stalle», a due chilometri di distanza e fuori dal fronte della frana, e rimase là fino a quando non furono costruite le nuove abitazioni.
Mentre a Levrange pioveva e nevicava incessantemente da giorni, e mentre i soccorsi portavano cibo e coperte, tutti iniziarono a portar via ciò che potevano dagli edifici pericolanti: «Anche la chiesa venne abbandonata, per spostarsi in uno stanzone dell'asilo ancora chiuso e senza serramenti. Ma c'era poco da fare gli schizzinosi».
Il nostro testimone possedeva allora un carretto a quattro ruote: «In paese l'hanno usato tutti per portare la roba in San Martino, la chiesa antiche che divenne un deposito. La caserma Chiassi di Vestone divenne il "quartiere Levrange", mentre altri sfollati erano nei dintorni, ospiti dai parenti».
E gli animali? «C'erano 100 mucche, senza contare le capre, le galline e conigli. Qualcosa si portava al fienile, il resto si vendeva, anche i cani. I gatti no, quelli rimasero lì, liberi, e se la cavarono molto bene».
La gente di Levrange ottenne un rimpiazzo delle abitazioni distrutte nell'ottobre del 1962: «Nel 1960 l'impresa Bertoli diede il via ai lavori su progetto del Genio Civile, poi subentrò la Garatti. E le case sono diventate effettivamente nostre soltanto due anni fa. Alla fine entrammo nelle nuove stanze, ma con qualche disagio: le camere alte avevano l'interruttore della luce al piano terra, e i vetri delle finestre erano piccoli; tremavano ed entrava l'aria».
Cosa farà domani, ricorrenza del dramma? «Farò festa con gli alpini di Vestone, con i quali sono tesserato da 62 anni, perchè il passato è passato». [FIRMA]

Massimo Pasinetti

Massimo Pasinetti
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