mercoledì, 21 novembre 2018
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04.09.2018

Il caos a Tripoli e gli effetti in Italia

«I vicini uno non se li sceglie», diceva, sarcastico, Giulio Andreotti, alludendo alla complicata convivenza con il dirimpettaio Gheddafi. Da sette anni il dittatore di Tripoli non c’è più, ma la Libia fa sempre parte del condominio del Mediterraneo. Di più, rappresenta il principale campanello d’allarme dell’Italia in Nord Africa, e per importanti ragioni che vanno dall’approvvigionamento energetico, cioè la storia, alla partenza dei migranti verso l’Europa, ossia la geografia. Cent’anni di eventi all’insegna della guerra e della pace tra le due sponde hanno comunque segnato una relazione speciale. Ancora nel 1970 oltre ventimila italiani risiedevano fra Tripoli e Bengasi, prima che fossero cacciati da Gheddafi in ventiquattr’ore. Eppure, nonostante le continue provocazioni anti-italiane del tiranno, il buon rapporto e il buon ricordo fra i popoli è rimasto. E ha permesso, nel tempo e con una paziente azione diplomatica, di ricostruire una politica italo-libica di grande portata. Anche se i vicini non si scelgono, e si litiga, a volte si finisce per diventare buoni amici. Dunque, la Libia che brucia da nove giorni, da quando le sue fazioni rivali sparano perché sperano di conquistare ognuna per sé il comando di uno Stato traballante, è una sciagura per i libici almeno quanto per gli italiani. Basta pensare agli effetti di nuove ondate migratorie (il 90 per cento delle quali s’imbarca proprio sulle coste libiche) al di fuori di ogni controllo. Così come al danno economico e strategico, se le nostre imprese che lavorano col petrolio non potessero più svolgere in sicurezza l’attività, come fanno dal 1959. Ma il rischio è anche per il mondo, perché il terrorismo cresce nei territori senza legge, dove milizie armate a caccia di soldi e potere attentano alla legalità riconosciuta dall’Onu: Fayez Al Sarraj, il primo ministro del governo di accordo nazionale sott’assedio a Tripoli. Che fare per fermare l’offensiva dell’uomo forte di Bengasi, il generale Haftar? Costui ha l’appoggio della Francia, che in nome dei “suoi” interessi petroliferi non esitò a scatenare la guerra contro il regime di Gheddafi nel 2011. «Nessun intervento dei corpi speciali italiani», precisa Palazzo Chigi. Ma Roma ha altre carte da giocare, spalleggiata dall’Ue e dagli Usa: sa districarsi come nessuno nella caotica situazione in Libia. È il momento di far valere l’interesse nazionale, spingendo anche i francesi a un dialogo non impossibile con noi. www.federicoguiglia.com

FEDERICO GUIGLIA
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