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sabato, 22 settembre 2018

L’altalena sulle vie d’uscita

Sulle pensioni si continua a navigare a vista: fra «quota cento», sistemi a ripartizione, soglie anagrafiche e trattamenti d’oro, fare calcoli diventa giorno dopo giorno più difficile. L’obiettivo del governo giallo-verde resta sicuramente quello di «smontare» la riforma Fornero a partire dall’innalzamento dell’età pensionabile a 71 anni e oltre. Il primo step, fino a 67 anni, dovrebbe scattare dal primo gennaio prossimo e poi aumentare di un anno ogni tre, seguendo l’aumento delle aspettative della vita. È vero che la sostenibilità delle pensioni dipende in modo cruciale dalla demografia. Secondo l’Istat, con gli attuali trend, la popolazione sarà di 54 milioni con il 35 per cento di over 65. Pensare di tornare all’era delle baby pensioni è utopia. Ma non è neanche pensabile obbligare gli italiani a lavorare fino a 75 anni per ottenere un assegno Inps. Da questo punto di vista, l’idea del governo di mitigare l’innalzamento dell’età pensionabile introducendo la quota 100, ovvero la somma dell’età anagrafica e quella contributiva, è sicuramente condivisibile. Ieri, poi, il leader della Lega, Matteo Salvini, ha anche precisato che la soglia minima per lasciare il lavoro non sarà di 64 anni (come annunciato), ma di 24 mesi più bassa. Insomma, per andare in pensione potrebbero essere sufficienti a partire dal 2019, 62 anni di età e 38 di contributi. Molto dipenderà dalle coperture che l’esecutivo riuscirà a trovare: secondo i calcoli del presidente dell’Inps, Tito Boeri, quota 100 potrebbe costare fino a 20 miliardi all’anno. Il problema, però, non si esaurisce qui. Non è sufficiente riesumare le vecchie pensioni di «anzianità» per fare fronte ad un Paese sempre più «per vecchi» e a corto di lavoro. Per chi ha cominciato a lavorare tardi, per la generazione del lavoro precario e della grande crisi, i 38 anni di contributi previsti da «quota 100», rischiano di essere un miraggio. Anche perché resterebbe in piedi il meccanismo dell’aumento dell’età pensionabile previsto dalla Fornero. Ma c’è di più. Per chi ha avuto storie contributive intermittenti l’assegno dell’Inps calcolato solo sulla base delle somme effettivamente versate rischia di garantire un reddito vicino alla soglia della povertà. Forse occorrerebbe pensare a una riforma che affronti tutti gli aspetti del mercato del lavoro e non solo quello dell’uscita. Sapendo che il sistema previdenziale è soltanto un tassello di un meccanismo molto più complesso e basato su un accordo intergenerazionale. Dimenticarlo finirebbe per creare nuovi squilibri senza risolvere i veri problemi.