giovedì, 23 novembre 2017
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08.11.2017

L’Italia dei vitalizi
e quella che lavora

Avranno sicuramente ragione a non abbassare la guardia. E a tenere ben fermo il timone sulla rotta del rigore. C’è davvero poco da scherzare con il pesante fardello del debito pubblico che ci portiamo sulle spalle, oltre il 130% del Pil. Basta una piccola bufera finanziaria o una scossa dei tassi di interesse per mandare tutto all’aria. Eppure, fanno effetto gli allarmi che arrivano dai santuari dell’economia. Ieri è toccato a Bankitalia e Corte dei Conti far conoscere il loro pensiero al Parlamento sul complicato tema delle pensioni. Il problema è noto: da una parte i lavoratori che dal 2019 potranno appendere la tuta al chiodo solo dai 69 anni. Dall’altra, il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, che ha dovuto sudare sette camicie per far quadrare i conti della manovra economica e continua a parlare di «sentiero stretto». Una metafora che significa più o meno questo: in cassa non ci sono le risorse per allentare la stretta sull’età pensionabile. Ma c’è modo e modo con cui comunicare. Soprattutto, ci sono pulpiti dai quali è difficile accettare prediche previdenziali. Prendiamo il caso della Bce. L’istituto guidato da Mario Draghi ha sempre usato parole durissime sul tema delle pensioni, pronto a sparare ad alzo zero tutte le volte che in Italia si è cercato di smontare la riforma Fornero. Eppure, a Francoforte, ci sono ancora le baby pensioni: i dipendenti dell’istituto possono lasciare anche a 55 anni. Inoltre, i trattamenti non sono calcolati con il contributivo (sulla base dei versamenti effettuati durante la vita lavorativa) ma con il più conveniente sistema retributivo (assegni sulla base dell’ultimo stipendio). Anche in Bankitalia, fino a pochi anni fa, la previdenza era ricca di privilegi. Cancellati dalle recenti riforme e in vigore solo per chi è stato assunto prima del 1993. Per carità, nessuno vuole mettere in discussione i diritti acquisiti. Ma fa effetto pensare che persone che guadagnano centinaia di migliaia di euro l’anno possano incidere sulla carne viva della società e decidere sul destino di famiglie che non arrivano a fine mese o di pensionati che non riescono a superare la soglia dei 500 euro. Ciò non significa che i sacrifici non siano necessari e che possiamo tornare alla stagione delle vacche grasse e spesa facile. Ma sarebbe importante che a decidere sulla fascia di popolazione più povera non ci sia solo la nomenclatura più ricca della burocrazia pubblica. Paradosso che alimenta quella fastidiosa sensazione di distacco fra il Paese reale e quello dei Palazzi. E che gonfia le vele del populismo.

ANTONIO TROISE
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