mercoledì, 22 novembre 2017
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01.11.2017

Non è un Paese
per giovani

È un po’ come un brusco risveglio dopo un bel sogno. La crescita dei posti di lavoro si è bruscamente arrestata, portando il tasso di disoccupazione italiano a superare la soglia dell’11%. Il terzo peggior risultato in Europa. La ripresa, che pure si intravede nell’economia reale, non riesce in sostanza a far segnare una svolta sul fronte dell’occupazione. I dati che arrivano dal fronte dell’inflazione, con la nuova frenata dei prezzi, non fanno altro che confermare una crescita ancora troppo incerta e insufficiente per archiviare gli otto anni della grande crisi. Ma il dato, forse, più preoccupante fra i tanti snocciolati ieri dall’Istat, è quello relativo agli over 50 ancora al lavoro. Un record dopo l’altro: era dal ’77 che il tasso di occupazione nella fascia di età fra i 50 e i 64 anni non raggiungeva il 59,8%. Nel 2008 l’indice era al 47%. Cosa sta succedendo, allora, sul mercato del lavoro? Semplice: la crescita è direttamente collegata alla riforma Fornero e all’innalzamento dell’età pensionabile. Una misura che ha l’immediato controcanto in quello che succede sul versante opposto del mercato del lavoro, quello dei giovani. Qui, il tasso di disoccupazione continua a salire, attestandosi sul 35,7% e con punte che nel Sud arrivano al 50%. Un trend che rischia di tenere fuori dal mercato del lavoro una generazione. C’è di più, anche quando entrano in un ufficio o in fabbrica, difficilmente i giovani possono contare su un contratto stabile o a tempo indeterminato. La crescita annua degli occupati, rivela l’Istat, è legata quasi esclusivamente al lavoro a termine.

Certo, nessuno può pensare di tornare alla stagione dei baby pensionati, quando bastavano una ventina di anni e pochi mesi di contributi per lasciare il posto ad un disoccupato.

Ma è vero che se l’età per la pensione continua a salire il ricambio generazionale sarà molto più lento. E non garantirà al sistema economico quella forza e quella produttività che solo i più giovani sanno dare. Anche al di là delle indubbie competenze e capacità accumulate da chi ha molti anni di lavoro sulle spalle ma anche tanta energia in meno. Da questo punto di vista, il bonus occupazione per gli under 35, inserito nella manovra economica, rappresenta un segnale nella direzione giusta.

Ma occorrerebbe anche intervenire sul versante pensioni, correggendo una riforma che ha guardato solo ad un aspetto del problema, la salvaguardia dei conti pubblici. Sapendo che un Paese che non scommette sui propri giovani non scommette neanche su se stesso.

ANTONIO TROISE
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