martedì, 18 settembre 2018
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28.08.2018

Ponte, concessioni e le liti nel governo

La lunga ritirata dello Stato padrone comincia 25 anni fa. Una scelta obbligata, nel segno della modernità e sotto la spinta dell’enorme debito pubblico che già allora ci portavamo sulle spalle. Ma non tutto è andato per il verso giusto. O, per lo meno, nella direzione auspicata dai grandi ispiratori delle privatizzazioni. Quello che sta succedendo sul fronte della concessione di Autostrade, al netto della tragedia del Ponte Morandi, in realtà non è un caso isolato. Basta guardare, ad esempio, a quello che è avvenuto nel settore dei servizi pubblici locali dati in concessione, dove all’incremento costante e continuo delle tariffe non è mai seguito un trend analogo sul versante delle prestazioni erogate ai cittadini. Che cosa non ha funzionato? Le cause sono profonde e molteplici a cominciare da un «sistema regolatorio» assai poco efficiente. A tutto questo, poi, si è aggiunto un ulteriore elemento di «opacità» del sistema, ovvero l’assenza di trasparenza nei rapporti fra lo Stato e le aziende che hanno ottenuto una concessione. Solo ieri, ad esempio, Autostrade ha deciso di mettere «on line» tutti gli allegati della convenzione che regola il suo rapporto con lo Stato. E non sono mancate le sorprese e le polemiche, soprattutto per i cospicui rendimenti previsti sugli investimenti effettuati: quasi il 10%, più del doppio rispetto a quelli garantiti dai titoli pubblici. Le aziende fanno il loro mestiere, che è quello di produrre utili a vantaggio dei propri azionisti. Il problema, però, è che quando si ha a che fare con la gestione di infrastrutture pubbliche, costruite con i denari dei nostri genitori, c’è un obbligo in più di trasparenza e di rendicontazione. Non basta invocare le leggi del mercato: quelle servono quando si è effettivamente in un sistema aperto e concorrenziale. Molto spesso, invece, la vendita dallo Stato ai privati ha trasferito anche rendite di posizione, che hanno consentito alle imprese di lucrare utili senza effettuare gli investimenti necessari per tutelare l’interesse pubblico. Sarebbe sbagliato, però, pensare di risolvere tornando al modello dello Stato imprenditore. Sarebbe molto più utile, ad esempio, far funzionare le «authority» esistenti, magari dotandole di qualche potere in più. E, soprattutto, prevedere controlli e monitoraggi costanti su tutti i servizi dati in concessione. Con tanto di sanzioni, anche economicamente pesanti, per tutti coloro che disattendono le regole. A cominciare da quelle sulla trasparenza.

ANTONIO TROISE
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