lunedì, 25 marzo 2019
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13.01.2019

Se i moderati vanno in piazza

Non è facile costringere a scendere in piazza pacati signori di mezza età, abituati, nel fine settimana, più al tepore del salotto di casa che al gelo di questo mese di gennaio. Invece il governo, votato in massa proprio da una larga parte di questa classe media (almeno in una componente, e cioè la Lega), è riuscito nell’impossibile. Ed anche ieri a Torino il popolo dei «capelli grigi» ha manifestato per il «sì» alla Tav. Non erano i quattro gatti che siamo abituati a vedere davanti ai cantieri dell’Alta Velocità e che solo grazie a giornali e televisioni amiche paiono una discreta truppa. No, l’urlo (pacato) contro chi vuole bloccare i cantieri veniva da oltre 30 mila persone. C’è una regola nel marketing, ma che vale anche in altri campi: per ogni persona che palesemente apprezzi o critichi un prodotto, ve ne sono fino a cento che hanno la medesima opinione, ma non prendono alcuna iniziativa per manifestarla. Se la regola è vera, quei trentamila in piazza davano voce ad un popolo composto da milioni di individui. Ora, che il M5S sia contrario alla Tav è risaputo. E la commissione costi-benefici è soltanto una burla di chi pensa che il popolo italiano sia composto da fessi creduloni. Una foglia di fico per far digerire a tutti il blocco di un’opera che creerebbe sviluppo e posti di lavoro. E toglierebbe traffico e smog sulle strade. Sta di fatto che mentre tutto il mondo sta investendo sull’Alta Velocità ferroviaria, in Italia la si blocca. La Lega, messa nell’angolo, ora propone un referendum. Perché, ci chiediamo noi, dover gettare milioni di euro per una consultazione, quando è chiara la volontà degli elettori? Ovviamente, è per prendere tempo ed arrivare alle Europee. Come su altre questioni, gli alleati di governo hanno deciso di posticipare tutte le decisioni maggiormente critiche al solo fine di far man bassa di voti alle elezioni di primavera. Il problema è che l’economia non aspetta i tempi imposti da Salvini e Di Maio. Ieri l’Istat certificava che nel nostro Paese è tornato il rischio della recessione. Anche l’indice della fiducia di imprese e famiglie non brilla. E riemerge una preoccupazione sul futuro dei figli che non si vedeva da tempo. Da regioni ben governate dal Carroccio come la Lombardia e il Veneto, questa deriva appare incomprensibile. È pur vero che «Parigi val bene una messa», ma qui, più che di funzione, si tratta di via crucis. Per le famiglie.

di LUIGI ROMANO
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