giovedì, 19 ottobre 2017
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30.09.2017

Se l’Ue si allea
per la web tax

La buona notizia è che, finalmente, l’Europa ha aperto gli occhi. E si è resa conto, sia pure con molto ritardo, che un fiume di denaro attraversa i suoi confini destinando solo pochi spiccioli alle casse dell’erario, con buona pace dell’equità fiscale e dei principi di giustizia sociale. Il risultato è che, negli ultimi anni, i giganti del web hanno fatto profitti miliardari godendo di aliquote poco più che simboliche. Un dato per tutti: nel 2016, i magnifici sei della rete (Facebook, Amazon, Apple, Airnbnb, Twitter e Trip Advisor) hanno versato nelle casse del fisco italiano 11,7 milioni. A fronte di fatturati miliardari. Per carità, niente di illegale. I meccanismi utilizzati sono tutti leciti. E, anzi, sono stati alimentati da due fattori: una legislazione fiscale obsoleta rispetto all’economia globalizzata dei bit e la concorrenza fiscale spietata fra i Paesi. In Europa, i colossi di Internet, hanno avuto solo l’imbarazzo della scelta per sistemare la propria residenza nelle nazioni più generose dal punto di vista fiscale: dall’Irlanda all’Olanda, da Cipro a Malta fino al Lussemburgo. Una vera e propria battaglia all’ultima aliquota, dove ha vinto chi è riuscito ad offrire lo sconto più alto.

Di fronte a questo disastro, l'Europa aveva già studiato qualche rimedio, muovendosi però in maniera disordinata. L'Inghilterra, ad esempio, ha puntato sulla «Google tax», cercando di tassare i «profitti trasferiti». E in Italia il tribunale di Milano ha convinto Google e Apple a versare 624 milioni di imposte per fare pace con il fisco. Per frenare la fame di tasse «low cost», l'Ue ha perfino deciso una maxi multa di 13 miliardi all'Irlanda.

Ora, dopo il vertice di Tallinn, si cambia marcia. Francia, Germania, Italia e Spagna hanno deciso di giocare all’attacco, ponendo sul tavolo la questione di una «web tax» comune. Ci riusciranno? La battaglia è appena cominciata. Ma un fatto è certo: sarà sufficiente che un solo Paese si sfili dalla «santa alleanza» per far crollare l’intero castello e tornare al punto di partenza. Senza contare, poi, che se anche in Europa le cose filassero tutte nel verso giusto, si tratterebbe solo di un primo passo. Per avere una «web tax» efficace, l’alleanza non può limitarsi all’Europa, deve essere globale. E, da questo punto di vista, sarà difficile convincere il «protezionista» Trump ad abbassare le difese attorno ai suoi campioni nazionali della Rete. Nel frattempo, solo se l’Europa riuscirà a muoversi all’unisono e senza smagliature, la guerra non sarà persa in partenza.

ALESSANDRO CORTI
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