martedì, 12 dicembre 2017
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20.09.2017

Stop al partito
della spesa facile

Di qua non si passa. Il ministro dell’Economia, Padoan, spegne sul nascere gli entusiasmi generati dagli ultimi numeri dell’Azienda Italia, con le previsioni sul Pil in rialzo come non accadeva da molti anni. Questo non significa, però, che sia arrivato il momento di dichiarare chiusa la lunga stagione del rigore e inaugurare quella della spesa facile. Tutt’altro. Il messaggio arrivato ieri dal ministro non lascia dubbi: «Le risorse a disposizione sono pochissime». Parole con l’inequivocabile sapore di un monito verso tutti i partiti che, a ridosso della campagna elettorale, vorrebbero lanciarsi nel tradizionale assalto alla diligenza dei conti pubblici, con l’obiettivo di recuperare consensi, sia pure a spese dei contribuenti. La situazione, invece, continua ad essere molto delicata. È vero che l’Italia è tornata a crescere. Ma il ritmo è ancora fra i più lenti d’Europa. Ed è appesantito da quel macigno del debito pubblico, inchiodato sempre al 130% del Pil. Non basta. A frenare gli entusiasmi ci sono anche i dati sull’inflazione. Quella che è una buona notizia per i consumatori, in realtà è una pessima notizia per la finanza pubblica: i prezzi non crescono perché la domanda langue. E se gli italiani non spendono è davvero difficile che l’economia possa prendere il largo. Inoltre, nelle valutazioni di Bruxelles, il parametro preso in considerazione per dare il via libera a ulteriori margini di flessibilità sul deficit non è tanto il Pil reale ma quello nominale, che ingloba anche il dato sull’inflazione ed è, quindi, inferiore alle previsioni del governo. I conti, in sostanza, non tornano ancora. O, per lo meno, non tornano del tutto. Per tornare ai livelli «pre-crisi» bisognerà percorrere ancora tanta strada. Basta considerare i numeri della produzione industriale: da settembre 2013, punto più basso della crisi, abbiamo recuperato il 7,7%. Ma la recessione ha bruciato circa il 25% della nostra capacità produttiva. Rispetto a questi numeri fa bene il ministro a non allentare i cordoni della borsa, decidendo di concentrare le poche risorse disponibili su un numero ristretto di capitoli di spesa, a cominciare da occupazione giovanile e sviluppo delle imprese. Margini per leggi di bilancio «elettorali» e in deficit davvero non ce ne sono. Non solo perché ce lo impone l’Ue. Ma anche perché i mercati ci punirebbero: dal 2018, infatti, verrà meno lo scudo della Bce sui tassi di interesse. Se non dimostriamo di essere affidabili, il rischio Italia tornerà a pesare sui nostri conti. Indebolendo ulteriormente la nostra fragile ripresa.

ANTONIO TROISE
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