giovedì, 19 ottobre 2017
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23.09.2017

Testacoda
sull’Europa

Vuoi vedere che la cara e vecchia Europa è in realtà molto meno matrigna di quanto hanno decantato i partiti populisti sparsi un po’ dovunque? E vuoi vedere che perfino l’algida Gran Bretagna, dopo aver voltato le spalle a Bruxelles, cominci ad essere un po’ nostalgica e, forse, anche preoccupata per il dopo Brexit? Chissà se è proprio così. Ma fa effetto vedere il premier britannico, Theresa May, a Firenze, capitale del «Chiantishire», fra le bandiere azzurre dell’Europa, lanciare un appello accorato ai 600 mila italiani che abitano nel Regno Unito e che ora potrebbero scegliere altre mete. «Vogliamo che restiate perché rappresentate un valore aggiunto per il Paese», ha scandito la May. Lasciandosi andare anche ad una promessa: «Vi garantiamo che continuerete a vivere le vostre vite come prima». Parole per lo meno contraddittorie rispetto a quelle echeggiate durante la campagna elettorale per l’uscita dall’Ue. E anche paradossali considerando che uno dei punti più nevralgici delle trattative per la Brexit è proprio il trattamento dei cittadini europei residenti nel Regno Unito. È un po’ come se un premier italiano invitasse francesi, tedeschi o spagnoli a non lasciare il Bel Paese per evitare di impoverirlo. La verità è che sempre più la Brexit si sta trasformando per l’Inghilterra in un salto nel vuoto. È vero che nell’era di Trump soffiano più forte di prima i venti del protezionismo. Ma è anche vero che per ora non c’è alcuna alternativa alla globalizzazione. Una battaglia in cui le dimensioni dei Paesi (e delle aziende) contano. Da questo punto di vista l’Europa ha ancora qualche carta da giocare: rappresenta pur sempre il mercato più ricco del mondo. Per il momento, la Brexit sta pesando poco sull’economia inglese. Il processo, però, non si è ancora completato e, alla fine, gli svantaggi economici saranno molto più pesanti rispetto a eventuali vantaggi politici. Tutto questo non significa che il pericolo del populismo sia passato. L’Europa ha davanti a sé una sfida difficile: ritrovare le proprie radici culturali, difendere il sistema democratico, imboccare la strada di una ripresa economica solida. Può farlo se saprà rinnovarsi sia dal punto di vista della istituzioni che della governance. Un processo lungo e faticoso. Ma nel quale, alla fine, vinceranno le nazioni rimaste all’interno del mercato unico e che hanno continuato a inseguire il sogno dei padri fondatori dell’Europa. Non a caso, forse, oggi la May chiede a Bruxelles due anni in più per dirsi addio. Un ripensamento fuori tempo massimo.

ANTONIO TROISE
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