sabato, 22 settembre 2018
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23.08.2018

Un presidente in caduta libera

Non è stata la prima battaglia ma neppure l’ultima. Donald Trump non è stato condannato, ma tanto meno è stato assolto. La guerra continua e con questa le sue conseguenze politiche. Sono arrivate le prime sentenze, equamente divise: otto condannati e otto assolti. Dal momento che gli imputati in questo processo erano due, evidentemente le accuse erano almeno sedici. Nessuna di queste ha visto il presidente degli Stati Uniti sul banco degli imputati, però tutti i «colpevoli» lavoravano per lui. Sul piano politico Donald Trump è sconfitto, ma quello che non accadrà, almeno per ora, sono le dimissioni dell’inquilino della Casa Bianca. Tutti i capi di accusa si riferivano in qualche modo a reati o almeno illegalità, commessi da diretti collaboratori di Trump per vicende che hanno visto Trump protagonista e, mettendo assieme i fatti e le accuse non provate, sono una chiara battuta d’arresto per il presidente. In questo, come sotto altri aspetti, il paragone che viene spontaneo, cioè quello con Richard Nixon, lascia aperte divergenze in molti sensi. Il più importante dei quali, anche perché praticamente unico, riguarda naturalmente la condanna di Nixon, che non arrivò davanti a un tribunale, perché lasciò la carica, sommerso non da un normale processo bensì da un provvedimento molto più risonante, che si chiama impeachment. Diverso è il caso di Trump che non è comparso davanti ad alcun tribunale speciale, ma la sconfitta morale che egli ha subìto è in sé addirittura più grave di quella di Nixon. Michael Cohen, che era l’avvocato di Trump, potrà subire a breve una sentenza di cinque anni di carcere. Paul Manafort ha un «pacchetto» di reati, parte dei quali di natura politica, che riguardano soprattutto iniziative illegali nei confronti della Russia e quindi molto attenzionate dall’opinione pubblica. Trump ha continuato a difendere i suoi due collaboratori (sono i primi, il turno degli altri verrà più avanti), a cominciare da Manafort, che il presidente ha definito, dopo la sentenza, «una brava persona». Ma non ha convinto. Per il momento non dovrebbe succedere nulla, al di là delle reazioni dell’opinione pubblica. Si parla semmai di possibili conseguenze elettorali, perché per Senato e Camera si andrà alle urne il primo martedì di novembre. Eventualmente, a raccogliere l’eredità di Trump potrebbe essere chi finora lo ha difeso al cento per cento, e cioè Mike Pence, il suo fedelissimo vice. pasolini.zanelli@gmail.com

ALBERTO PASOLINI ZANELLI
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