martedì, 21 novembre 2017
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26.10.2017

Una riforma
dimezzata

È fatta. O quasi. Oggi ci sarà l’ultimo atto, ma dopo i cinque voti di fiducia incassati ieri da Gentiloni, il cosiddetto «Rosatellum bis» è davvero a un passo dal traguardo. Sulla carta potremmo essere soddisfatti: dopo anni di polemiche e di litigi, il Paese ha finalmente una nuova legge elettorale. Nella sostanza, invece, è difficile fare salti di gioia, anche al di là delle proteste che hanno accompagnato il verdetto del Senato, a partire dal comizio dei Cinquestelle in piazza e ai distinguo dell’ex presidente Napolitano, che non ha per nulla apprezzato il ricorso al voto di fiducia. Il problema, però, non è solo nel metodo. Ma, soprattutto, nei contenuti. Quella che avrebbe dovuto essere la «madre di tutte le riforme», la legge che di fatto doveva mettere fine alla pratica dei parlamentari selezionati dai capipartito e garantire governi stabili al Paese, si è trasformata nel suo percorso parlamentare in una «mezza riforma». È vero che in primavera, quando torneremo a votare, avremo un sistema omogeneo fra Camera e Senato. Ma è anche vero che con il «Rosatellum bis» eleggeremo in collegi uninominali solo il 36% dei parlamentari. Il restante 64% sarà scelto con il proporzionale: listini bloccati, soglia di sbarramento al 3%, senza preferenze e senza voto disgiunto. Una norma che sembra fatta apposta per favorire le coalizioni e penalizzare chi invece, come il M5S, continua a dire che non si alleeranno con nessuno. Ma è l’intero impianto della legge che ha un vizio di origine: sembra fatto apposta per chi scommette su un risultato elettorale labile e incerto, senza un vero vincitore e quindi con la necessità di marciare spediti verso una «grande alleanza» in grado di garantire al Paese un governo. Francamente, ci saremmo aspettati qualcosa in più dopo cinque anni di discussione, un referendum costituzionale e trattative frenetiche fra tutti i leader dei partiti. La storia è andata in maniera diversa, con un Paese ancora a metà del guado, impegnato in una eterna transizione. Probabilmente, toccherà al nuovo Parlamento sciogliere il rebus, magari con una nuova riforma. Sempre che ne abbia la forza e la voglia. Nel frattempo dobbiamo sperare che il Paese reale e l’economia continuino a marciare come hanno fatto negli ultimi mesi, cercando di agganciare, nonostante tutto, il treno della ripresa. Sperando che qualche volta, dai Palazzi della politica, possa arrivare qualche riforma ben fatta e non l’ennesima soluzione di compromesso, perennemente al ribasso.

ALESSANDRO CORTI
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