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23 ottobre 2017

Lettere

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05.10.2017

Femminicidio:
legge e reato

Egregio direttore, il femminicidio, nell’accezione aggiornata e generalmente è «Qualsiasi atto di violenza per motivi di genere che provochi o possa verosimilmente provocare danno fisico, sessuale o psicologico, comprese le minacce di violenza, la coercizione o privazione arbitraria della libertà personale, sia nella vita pubblica che privata». Pur se campeggia sui quotidiani e acceso interminabili battiti tra politici e gente comune, il termine femminicidio non compare nel lessico giuridico anche a causa del noto pudore ipocrita della nostra legislazione, pertanto il fenomeno che esso scatena non è previsto come ipotesi di reato tipizzato, né come circostanza aggravata in senso proprio. Il reato, nel suo excursus giuridico, trova ospitalità nelle leggi che hanno in particolare inserito nell’art. 576 c.p. alcune aggravanti che prevedono la pena dell’ergastolo quando l’omicidio-base di cui all’art. 575 c.p. (di un uomo o di una donna), è commesso in occasione della commissione di taluno dei delitti, come maltrattamenti in famiglia, prostituzione minorile, pornografia minorile, violenza sessuale, violenza sessuale contro minor e violenza sessuale di gruppo. Tra l’altro, la pena per gli atti persecutori è aumentata se il fatto è commesso dal coniuge, anche separato o divorziato, o da persona che è o è stata legata da relazione alla persona offesa ovvero se il fatto è commesso attraverso strumenti informatici o telematici. Le veloci trasformazioni antropologiche e filosofiche dell’era digitale hanno sostituito i tempi necessari all’elaborazione dell’estetica e del desiderio con la frenesia e la compulsività più o meno irrefrenabile del piacere facile. Così che il possesso di ciò che si può comprare e intascare come merce diventa espressione del potere che piega tutto (donna compresa) al proprio dominio. La progressiva e inarrestabile emancipazione della donna e il superamento dei tradizionali tabù femminili hanno reso l’uomo, sempre più confuso e spiazzato, ad avvitarsi in una sorta di sindrome alienante e di estraneazione rispetto ai ruoli prevalenti esercitati fino al recente passato. Avviene così che, in situazioni conflittuali e di particolare disagio esistenziale, egli sia portato a rispondere alla concorrenza della donna e alla sua seduzione, percepita come «aggressiva», facendo ricorso a ciò che considera ancora un suo vantaggio: la forza e la violenza. Si sostiene che le azioni di contrasto alle numerose forme di discriminazione nei confronti della donna passano attraverso un forte rinnovamento culturale. In ogni caso però la cultura, intesa come insieme di saperi e di competenze, non appare di per sé sufficiente quando non si traduce in progresso di civiltà, in grado di diffondere tra i cittadini la pratica quotidiana condivisa del rispetto, della libertà e della dignità di ognuno. Anche le citate «misure» preventive e repressive, di volta in volta dettate dalle leggi emergenziali e dai protocolli operativi, si rivelano in pratica inefficaci; tanto è vero che le statistiche ufficiali segnalano un trend in relativo aumento in particolare di casi di violenza domestica. Data l’empietà e la turpitudine del reato, spesso commesso sulle minorenni, si impone una rivisitazione del codice penale che assicuri l’inasprimento delle pene e la certezza dell’espiazione, senza sconti e attenuanti. Potrebbe essere un postulato deterrente per scoraggiare i «mostri» ad agire con tanta facilità, nell’attuale permissivo quadro giuridico, che fa della nostra civiltà una prateria di impunite nefandezze. Per questo, la Corte di Strasburgo, con sentenza del 2 marzo 2017, ha condannato l’Italia perché «le autorità italiane, omettendo di agire tempestivamente dinanzi alla denuncia della ricorrente, vittima di violenza domestica, e di condurre diligentemente il relativo procedimento penale, hanno determinato una situazione di impunità, che ha favorito la reiterazione delle condotte violente, fino a condurre al tentativo di omicidio della donna e all’omicidio del figlio della stessa».

Prof. Giuseppe Gorruso

BRESCIA

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